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AFGHANISTAN. Nelle radici dell’intervento occidentale le cause della disfatta

Il sanguinoso episodio delle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001 perpetrato da Osama bin Laden, storico capo di Al Qa’eda, diede luogo all’intervento degli Stati Uniti e dei suoi alleati in terra afghana, a causa della ventilata collaborazione fornitagli dal regime dei Talebani, già a capo del Paese dal 1997.

L’intervento militare inizia come una missione multinazionale su base volontaria a fianco degli Stati Uniti (Enduring Freedom 15 marzo – 15 settembre 2003) per tramutarsi in una missione a guida NATO (International Security Assistance Force – ISAF 11 agosto 2003 – 31 dicembre 2014) su specifica richiesta americana (Art. V del Trattato Atlantico) per terminare sempre con una missione a guida NATO “no combat” (Resolute Support 1 gennaio 2015 – 29 giugno 2021) che avrebbe dovuto, terminate le operazioni militari, restituire al mondo una nazione in grado di autogovernarsi e autosostenersi stabilmente. Ciò clamorosamente non è successo. Quanto messo in piedi dagli USA e dalla NATO è praticamente svanito (non tutto) davanti alla spallata data dai cosiddetti studenti coranici, inferiori militarmente rispetto allo strumento messo in campo dall’Occidente.

Gli storici avranno molto da esaminare e da scrivere ma in prima battuta si può affermare che: lo strumento militare dispiegato sul terreno avrebbe dovuto essere “rimpiazzato” da efficienti ed efficaci organizzazioni internazionali e/o regionali in grado di aiutare il paese nella complicata fase di state-building. Per chiarire, se scoppia un incendio intervengono i vigili del fuoco, i quali, terminate le operazioni di spegnimento, lasciano spazio a coloro che devono ricostruire. In Afghanistan, tutto questo non è successo.
Le Forze della Coalizione sono rimaste per venti anni fagocitate dall’incapacità della politica internazionale di agire con determinazione e dalla dilagante corruzione locale alimentata dai miliardi di dollari iniettati nella ricostruzione del Paese; ciò nonostante la NATO avesse predisposto sul terreno dei Provincial Reconstruction Team dedicati a tale scopo.

Un altro fattore che ha contribuito alla disfatta è stato quello di voler creare uno Stato unitario composto da un gran numero di persone (tra Pashtun, Tajiki, Uzbeki, Hazara, Haimak e Baluchi) che sono prima fedeli al clan, poi alla tribù e poi all’etnia e, per di più divisi in sette religiose contrapposte (sunnite e sciite), ancora fedeli al vecchio adagio che recita “io contro mio fratello, io e mio fratello contro nostro cugino, noi tre contro il resto del villaggio, il villaggio contro tutti gli altri e assieme a tutti gli altri, soprattutto gli infedeli”. Errore gravissimo perché si è dato per scontato che in pochi anni il paese avrebbe “digerito” concetti e valori democratici, che all’Occidente hanno richiesto secoli di lotte e conquiste sociali, purtroppo ancora in atto. Provocatoriamente si potrebbe affermare che meglio sarebbe stato se all’imposizione di una Repubblica Presidenziale si fosse ripristinata una Monarchia di tipo Costituzionale (Re Zahir Shah all’epoca dell’inizio delle operazioni NATO era a Roma in esilio dal 1973 in quanto deposto dal colpo di stato eseguito dal cugino) o da uno stato federale su base etnica. Il primo perché più intuibile da parte del popolo e il secondo perché più attagliato alla realtà locale; anche se vi è più di qualche dubbio che anche questi tipi di governo avrebbero avuto successo.

C’è comunque da dire che è stato forse perso il momentum nel 2004 quando il popolo afgano si recò compatto alle elezioni presidenziali vinte da Hamid Karzai, dispregiativamente chiamato “il sindaco di Kabul” per la sua reale influenza sul paese. Gli afghani ci credettero e andarono a votare recandosi ai seggi elettorali con ogni mezzo, speranzosi di un nuovo e pacifico futuro, ammaliati dal concetto di democrazia. Il segno della volontà popolare non fu tenuto in debito conto e non furono adottate sufficienti misure di contenimento agli abusi e alle discriminazioni perpetrate dai redivivi Signori della guerra e signorotti locali, che nel frattempo si erano riciclati nei posti chiave della società civile e militare quali interlocutori degli occidentali. Va comunque sottolineato che gli integralisti islamici, tra i quali i Talebani, si opposero al cambiamento obiettando come la parola democrazia non fosse contemplata nel Libro Sacro, esattamente come era successo per il comunismo durante la presenza dell’Unione Sovietica negli anni.

Oltre a quanto sopra descritto, si sono aggiunti i recenti drammatici fatti: la caotica ritirata della NATO, la liquefazione del fragile apparato statale afghano e la violenta contrapposizione fra ISIS-Khorasan (emanazione dell’ISIS in Afghanistan) e Talebani concretizzatasi nei due attentati all’aeroporto Hamid Karzai di Kabul. Quest’ultima, peraltro, è destinata a caratterizzare il futuro regionale ed internazionale, non solo nel campo del terrorismo ma anche in quello politico, sociale ed economico.

Tale contrasto non è nato ora ma è sempre stato presente e risale alle finalità che perseguono gli uni e gli altri. Infatti, l’Islamic State in Iraq and Syria (dove Siria non è da identificarsi con l’attuale Siria ma con la “Greater Syria” che comprende la Siria, il Libano, parte della Turchia e della Giordania) ha come scopo l’estensione del califfato su tutta la regione fino al mediterraneo; secondo questo piano, l’Afghanistan ne diventerebbe la provincia orientale. Di contro i Talebani hanno una visione più nazionalistica e radicata al Paese del quale ne vogliono il pieno controllo e ben sanno che in un califfato dominato dall’ISIS sarebbero marginali e in qualche modo sottomessi. Ritorna in mente un vecchio proverbio che recitava meglio ricco marinaio che povero pescatore. In sintesi, i Talebani vogliono essere i ricchi marinai nel loro paese e non i poveri pescatori nel mare magnum dell’Iraq e della più grande Siria.
Va però qui sottolineato come i Talebani siano in qualche modo considerati dall’ISIS-K non osservanti dell’ortodossia islamica per essere “venuti a patti” con vari attori internazionali e statali, soprattutto con gli americani durante i lunghi colloqui di Doha e quindi target legittimamente perseguibili.

La situazione è completamente sfuggita di mano a tutti i protagonisti presenti sul territorio e una ricomposizione pacifica può essere solo figlia di un deciso intervento della Comunità Internazionale specialmente con l’impegno di tutte le maggiori potenze islamiche che si devono fare carico di tradurre le aspettative di pace della maggioranza degli afghani e traghettare il paese verso un’accettabile modernità. L’Afghanistan non deve essere lasciato solo ma deve essere risarcito dei secoli di sofferenze patite con progetti mirati ed effettivamente utili alla popolazione e saldamente controllati da organizzazioni impermeabili a corruzione e clientelismo.

Francesco  Pagano