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Israele. Col 90% dei voti scrutinati, ecco perché non è ancora possibile sapere quale blocco ha vinto le elezioni

Nella fotocomposizione, il leader di Yesh Atid, Yair Lapid, e il leader del Likud, Benjamin Netanyahu

Il giorno dopo il voto, Israele si ritrova nello stesso stallo politico e con un partito arabo-islamista come possibile ago della bilancia. I successi e le sconfitte di Netanyahu e Lapid

Di Amir Tibon, Haviv Rettig Gur

Scrive Amir Tibon: Mercoledì pomeriggio, con lo scrutinio arrivato a circa il 90% dei voti espressi nella quarta elezione per le Knesset in meno di due anni, il risultato – almeno per il momento – sembra delineare un ennesimo stallo politico. [1]

Il blocco pro-Netanyahu, che comprende Likud, i due partiti ultra-ortodossi, il partito di estrema destra Sionismo Religioso di Bezalel Smotrich ed eventualmente Yamina di Naftali Bennett, può contare al momento su 59 seggi. L’altro blocco – quello dei partiti che si oppongono a Netanyahu o che quantomeno non si sono impegnati per la continuazione della sua leadership – può contare al momento su una risicata maggioranza di 61 seggi. Si tratta, tuttavia, di una maggioranza che è difficile immaginare a sostegno di un governo. I partiti che la compongono vanno da formazioni di destra come il laicista Yisrael Beitenu (di Avigdor Lieberman) e Nuova Speranza del fuoriuscito dal Likud Gideon Sa’ar, fino a formazioni di sinistra come Meretz e la Lista Congiunta che è prevalentemente sostenuta dal voto di cittadini arabo-israeliani.

Questi risultati si sono ulteriormente complicati mercoledì mattina quando la lista islamista Ra’am, che si è staccata dalla Lista (araba) Congiunta, ha superato la soglia elettorale garantendosi quattro o cinque seggi alla Knesset. Questo partito non esclude di poter sostenere Netanyahu (“Il nostro approccio è quello di non escludere nessuno che non escluda noi”, ha detto il leader di Ra’am, Mansour Abbas, a Canale 12 ndr). Ma è molto difficile immaginare che Ra’am entri a far parte di una coalizione che annoverasse anche i seguaci del rabbino Meir Kahane presenti in Sionismo Religioso, senza il quale Netanyahu non arriverebbe alla maggioranza (“Non ci sediamo insieme con i razzisti che ci minacciano, ci sono altre opzioni di governo” ha detto a Canale 12 il capo del team negoziale di Ra’am, Mansour Masarwa ndr). D’altra parte, Ra’am non esclude di poter sostenere gli antagonisti di Netanyahu. Ma, di nuovo, ciò richiederebbe una cooperazione fra partiti con posizioni ideologiche molto distanti o addirittura contrapposte.

Mentre scriviamo lo scrutinio è ancora in corso e il risultato finale potrebbe anche cambiare. La Commissione Elettorale Centrale stima che il dato definitivo sarà noto solo venerdì. Mancano ancora al conto circa 450.000 voti espressi nei seggi speciali destinati a soldati in servizio, diplomatici all’estero, personale e pazienti degli ospedali, detenuti, elettori in quarantena anti-pandemia ecc. Nelle elezioni passate, questi voti non hanno modificato l’equilibrio di forze tra i blocchi per più di uno o due seggi. Ma ovviamente, se si conferma il quadro attuale, uno spostamento anche solo di un seggio in entrambe le direzioni potrebbe risultare cruciale: potrebbe aumentare le chance di Netanyahu di formare un governo con l’aiuto di uno o due possibili defezionisti dal blocco anti-Netanyahu, così come potrebbe, all’opposto, favorire il blocco anti-Netanyahu rendendo più facile la formazione di una maggioranza senza di lui. In ogni caso, sarà impossibile esprimere una valutazione conclusiva fino a quando non saranno stati contati tutti quei voti. Solo allora si saprà con certezza se il blocco di Netanyahu destra-più-ultraortodossi ha ottenuto o meno la maggioranza.

C’è anche la possibilità che il risultato alla fine sia un esatto pareggio 60 a 60 tra i blocchi pro e anti-Netanyahu. Dopodiché il melodramma elettorale si sposterà alla sua fase successiva: le trattative per la formazione del governo. Una volta terminato ufficialmente lo scrutinio, il presidente Reuven Rivlin ha una settimana per consultarsi con i rappresentanti dei partiti entrati alla Knesset e conferire a un parlamentare l’incarico di formare una coalizione di governo. Il presidente ha la facoltà di scegliere qualsiasi parlamentare che a suo avviso abbia le migliori possibilità di formare un governo. Ma con i numeri attuali, non è affatto chiaro se e quale governo potrà avere Israele, e nessuno può escludere che si avvii verso una quinta tornata elettorale, la prossima estate.
(Da: Ha’aretz, israele.net, 24.3.21)

Scrive Haviv Rettig Gur: Non abbiamo ancora i risultati finali delle elezioni di martedì e almeno fino a venerdì non avremo il conteggio definitivo ufficiale dei voti. Solo allora gli israeliani sapranno se uno dei due campi politici è riuscito a ottenere una vittoria di misura, dopo le tre scorse tornate elettorali esasperatamente inconcludenti. Tuttavia, nonostante tutta questa incertezza, dai numeri iniziali è possibile trarre alcune valutazioni importanti.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ottenuto martedì un grande successo e una grande sconfitta. Il successo consiste nel fatto che i ribelli di destra e suoi ex alleati Gideon Sa’ar e Naftali Bennett, che solo due mesi fa nei sondaggi sembravano in grado di superare il Likud sommando i loro seggi, sono calati così tanto che, all’indomani del voto, le loro forze unite arrivano a meno della metà di quella del Likud. E’ un risultato importante per Netanyahu. Significa che né Bennett né Sa’ar possono presentarsi in modo convincente come sostituti di Netanyahu nel ruolo di primo ministro. Con una campagna calibrata e disciplinata, Netanyahu è riuscito a neutralizzare la minaccia più immediata e seria alla sua leadership sulla destra. È importante riconoscere questo successo: è il motivo per cui si può affermare che il voto di martedì non ha espresso una chiara sconfessione del primo ministro più longevo della storia d’Israele.

Ma è altrettanto importante fare un passo indietro e considerare il fatto che il voto di martedì ha anche segnato per Netanyahu un insuccesso più grave di quanto Likud sarà disposto ad ammettere. L’economia israeliana si è appena riaperta grazie a una campagna di vaccinazioni unica a livello mondiale, che non ci sarebbe stata – o almeno non sarebbe stata così rapida e completa – senza la leadership di Netanyahu. Nell’anno trascorso dalle ultime elezioni, inoltre, Netanyahu ha negoziato e ottenuto quattro eccezionali accordi di normalizzazione con stati arabi precedentemente ostili: una cosa che non si vedeva da un quarto di secolo. In altri termini, sono state salvate vite umane e sono state scritte pagine di storia. Eppure nessuno di questi traguardi ha spostato gli equilibri nelle urne. Stando ai numeri di cui disponiamo al momento, nessun partito del governo uscente ha aumentato i propri seggi. Il Likud è anzi sceso da 36 a 30-31 seggi. Netanyahu ha giocato tutte le possibili carte in una vigorosa campagna elettorale di tre lunghi mesi, ma si ritrova esattamente dove era all’inizio.

Mentre Netanyahu si dibatte fra i numeri per far quadrare la testarda aritmetica della coalizione, dal canto suo anche il leader di Yesh Atid, Yair Lapid, ha ottenuto martedì una successo e una sconfitta. La sconfitta è ovvia e poco sorprendente: Lapid non è riuscito a ottenere dagli elettori i numeri per una coalizione di governo alternativa a quella di Netanyahu che sia stabile e minimamente omogenea. Ma questo era previsto: è quello che mostravano i sondaggi per tutti i mesi di campagna elettorale. Più interessate, invece, il suo successo. Lapid è entrato in lizza alla guida del quarto partito della Knesset per numero di seggi ed emerge dalle elezioni alla guida del secondo partito per grandezza. Lungo il percorso, la sua campagna elettorale improntata a un’inconsueta dose di umiltà – il rifiuto di proclamarsi il prossimo primo ministro, l’attenzione a sostenere anche gli altri partiti del blocco di centro-sinistra – ha quietamente favorito la riabilitazione di un campo politico che sembrava a pezzi, ha contribuito a sospingere ben al di sopra del quorum diversi partiti che parevano in via d’estinzione e lo ha trasformato nel leader di fatto dell’intero blocco. Lapid era già, tecnicamente, il capo dell’opposizione nella Knesset uscente. Ma dopo le elezioni del 23 marzo 2021, è diventato qualcosa di più: è l’architetto-chiave della strategia elettorale condivisa dal centro-sinistra, in un certo il Netanyahu del blocco anti-Netanyahu.
(Da: Times of Israel, israele.net, 24.3.21)