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Elezioni USA. Per il mondo niente cambierà con Biden presidente

Joe Biden e il suo mentore Hussein Obama

A conclusione di un lunga settimana di conteggi, i media americani hanno dato la notizia che Joe Biden ha vinto le elezioni e quindi sarà il 46° presidente USA. Dalla casa Bianca Donald Trump ribadisce la sua decisione di non riconoscere la vittoria di Biden e preannuncia da lunedì una dura battaglia legale che potrebbe protrarsi per molto tempo con conseguenze inimmaginabili. 
E’ stata una lunga settimana elettorale che ha messo a nudo la debolezza delle istituzioni del paese e fatto emergere la compressità di un sistema elettorale farraginoso che si presta a clamorosi errori e contestazioni.
L’ultimo precedente risale alle elezioni del 2000 quando la questione fu risolta dopo 36 giorni dalla Corte Suprema, che ha assegnato la vittoria a George W. Bush.  Ma  anche nel 1948 tutti i media riportarono la vittoria di Dewey mentre la vittoria andò a Truman.Appare evidente che i media statunitensi non hanno imparato nulla del passato.
Per consuetudine tutti danno per vincitore Biden, ma formalmente ciò non risulta corretto perché i voti ancora oggi non sono stati certificati e comunque, ogni dichiarazione circa l’elezione può avvenire solo dopo la decisione dell’azione giudiziaria. Ed è forse il caso di ricordare che la Corte Suprema degli Stati Uniti è in maggioranza repubblicana dopo la contestata nomina di Amy Coney Barrett, fortemente voluta da Donald Trump.
Come andrà a finire ?
In attesa degli sviluppi delle annunciate azioni giudiziarie di Trump, cerchiamo di capire cosa potrebbe succedere se il presidente “concederà” la vittoria a Biden  rinunciando ai preannunciati ricorsi.
La vittoria numerica di Biden è stata senza dubbio una  vittoria a metà. La prevista e tanto annunciata  a grande onda democratica non c’è stata. Trump ha dimostrato di avere un suo elettorato e stando ai numeri, si può dire che sfiorato contro ogni pronostico la vittoria. Le elezioni ci consegnano un Paese spaccato praticamente in due con tensioni  che saranno sempre più evidenti con la prevedibile grave crisi economica che si abbatterà sugli USA a causa del COVID.
Biden non sembra sia preparato ad affrontarla e dovrà fare i conti con un Senato saldamente in mano ai repubblicani e con una Camera dei Rappresentanti dove i democratici hanno perso seggi. Si potrebbe dire che il neo presidente appare  come un’anatra zoppa e dovrà necessariamente scendere a patti, almeno per i prossimi due anni, con i repubblicani.
E’ facile quindi prevedere, alla luce dei risultati, che la politica economica non cambierà molto, anzi, è prevedibile che non cambierà nulla e l’esultanza dei mercati finanziari che hanno subito valutato la situazione politica che si è delineata al congresso ne è la plastica dimostrazione.
Premesso ciò, è evidente che bisogna stare molto attenti a parlare di cambiamento e di new deal democratico sulla falsariga del grande piano di rinascita di  Franklin D. Roosevelt.
Il complesso apparato USA fatto di agenzie ed enti molto potenti come  il DOS (Department of State), il DOD (Department of Defence) , la CIA (Central Intelligence Agency) , il FBI (Federal Bureau of Investigation) e la NSA (National Security Agency), per citare le più note, che molto hanno contrastato Trump non possono certo essere impensieriti da  Biden a cui non lasceranno mano libera. E non dimentichiamo che negli USA sono attive potenti lobby dell’economia,  dell’industria, delle armi , dell’Hitech e degli armamenti che non concederanno al futuro presidente molto spazio.
L’incognita Biden è sulla politica estera. Molto dipenderà anche dalla sua abilità a sottrarsi dall’ingombrante figura di Hussein Barak Obama, suo mentore ma che parla già da presidente ombra.
Non ha ancora scoperto le sue idee in merito, semmai ne avesse già in mano,  mentre la sua vice, Kamala Harris, ha già fatto filtrare le prime indiscrezioni sulla volontà di voler ripristinare i rapporti e i contributi all’ANP, riaprendo anche la rappresentanza palestinese negli USA.
Non è inoltre difficile prevedere un riavvicinamento con gli Ayatollah e in genere con l’Islam radicale. Non a caso i palestinesi e i “Fratelli Mussulmani” festeggiano.
E’ probabile che la nuova amministrazione aumenterà la contrapposizione con la Russia e cercherà un nuovo dialogo con la Cina. C’è l’area del Pacifico in ballo – vitale per USA,  e quale che sia l’orientamento della sua amministrazione,  non è che possa Biden possa pensare di stravolgere lo status quo.
Cercherà di dare un botte al cerchio e uno alla botte. Per i diritti umani è probabile che focalizzerà in modo soft le sue attenzione su Honk Kong piuttosto che sui problemi dei dazi.
Con Teheran è prevedibile un riavvicinamento sul nucleare più in funzione Europa che per vero interesse ad un cambiamento della politica. Su questo campo Biden ha pochi margini di manovra ed è improbabile che possa velocemente procedere alla revoca dell’embargo imposto da Trump.
Questione Europa. Non sarà certo il canto delle sirene che già giunge a Biden dalle diverse capitali del vecchio continente a far cambiare idea agli USA circa la politica militare, economica e estera.
L’approccio ai vari problemi sarà più morbido ma la situazione non è destinata a cambiare specie sulla spinosa questione della tassazione di giganti Hi Tech Usa e Amazon.
In definitiva, l’azione di Biden alla fine sarà più teorica che pratica come quella di Trump.
Anche sui rapporti con il Medio Oriente e i rapporti con la Turchia gli interrogativi sono molti.
Gli Usa hanno interesse al petrolio e al gas e quindi dovranno attentamente valutare come muoversi nel complicato teatro mediorientale. Non può inimicarsi Israele né tantomeno può far ricadere l’Egitto nel vortice islamico dei Fratelli Mussulmani.
La scelta del negoziatore ci dirà da subito se Biden saprà gestire la questione ad iniziare con i rapporti con Israele che non sono molto “cordiali” con il neo presidente.
Kamala Harris ha già annunciato di riaprire i cordoni della borsa verso i palestinesi e di riaprire la loro rappresentanza negli USA e i precedenti di Biden con Gerusalemme non è che siano idilliaci.  E questo certo non è un buon inizio.
Nel 1982 il neo presidente , allora senatore del Delaware,  durante l’incontro con il premier, Menachem Begin, si disse favorevole a ratificare il taglio degli aiuti USA a favore di Israele a seguito di una crisi diplomatica tra i due Stati. La risposta di Begin fu glaciale : «Non minacciateci di tagliare gli aiuti perché non funzionerà. Io non sono un ebreo a cui tremano le ginocchia. Io sono un ebreo orgoglioso con 3.700 anni di storia. Nessuno venne in nostro aiuto mentre stavamo morendo nelle camere a gas e nei forni. Nessuno venne in nostro aiuto mentre ci sforzavamo di creare il nostro paese. Noi abbiamo pagato per averlo. Abbiamo combattuto. Siamo morti per questa causa. Noi manterremo sempre saldi i nostri principi e li difenderemo. E se necessario, saremo disposti a morire per questi principi, con o senza il vostro aiuto».
Oggi Israele è potenza mondiale, militare, economica e industriale. La musica è cambiata, Biden e Kamala Harris ne dovranno tenere conto.
La nuova amministrazione si gioca tutta la sua credibilità non tanto negli Usa dove i margini di manovra appaiono alquanto ristretti,  quanto in Medio Oriente dove dovrà dimostrare saggezza e sagacia politica. Alla luce dei suoi precedenti, non ne siamo sicuri.
Per ultimo una osservazione. Hussein Obama,  a cui nel 2009 è stato incredibilmente assegnato il premio nobel per la pace è intervenuto militarmente in Siria, Libia, Iraq e Afghanistan, e ha bombardato lo Yemen, la Somalia e Pakistan. Donald Trump, unico presidente a non aver iniziato alcuna azione militare durante il suo mandato,  aveva iniziato un lento ma costante  di ritiro dei contingenti militari ed è stato l’artefice della pace tra Israele, gli Emirati Arabi, Bahrein a cui si sta aggiungendo il Sudan, e cercato di favorire i rapporti con la Corea del Nord.
Biden continuerà sulla linea di Trump o riprenderà il percorso del suo “mentore  e presidente ombra” ?
Usando una terminologia tanto cara agli statunitensi,” only time will tell us who is sleeply Joe”.
Ma c’è un fatto che crea allarme e che appare sottovaluto da tutti. Twitter, Facebook e i media americani, molti dei quali hanno platealmente tifato per Biden divulgando pronostici di “onde blu” che alla fine non ci sono state, hanno incredibilmente “censurato” il presidente Trump.
Ebbene, se i social e i media possono decidere di “censurare” il pensiero, perfino del Comandante in Capo della prima potenza politico, militare ed economica del mondo, forse sarebbe il caso di cominciare a riflettere sul futuro dell’informazione già fortemente politicizzata.
Ms