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Colpo di mano del Senato sull’ordine dei giornalisti ? Logica conseguenza di una colpevole immobilità

Quando per decenni  non si vuole vedere quanto poco democratica sia la struttura dell’ordine, appare normale, anzi inevitabile, che la politica italiana, molto pasticciona, intervenga per legiferare nel merito.  Con il risultato che a caos si aggiunge caos aggravando le già gravi carenze di democrazia e rappresentatività  all’interno dell’ordine. 
Oggi apprendiamo, dal portale “contrordine2020.it”  (http://contrordine2020.it/14-presidenti-odg-regionali-e-in-gioco-lautonomia-dellinformazione-in-italia-decisioni-incomprensibili-mettono-a-rischio-la-categoria/?fbclid=IwAR1en0qIq2Ze6KeZ3hhBoiwnGc0srNQwtat7cwr8m5dHq5a-jhsrQGmhZ1Q [1])                 che ben 14 presidenti di consigli regionali, e precisamente Veneto, Toscana, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Marche, Trentino Alto Adige, Liguria, Molise, Puglia, Emilia Romagna, Basilicata, Piemonte, Lazio e Valle d’Aosta, hanno sottoscritto e pubblicato un documento in cui si contesta la decisione  di rinviare le elezioni così che il Senato possa procedere, per decreto, ad una ulteriore modifica dell’ordinamento dell’ordine dei giornalisti, che di certo sarà nel solco delle predecenti portando ulteriore caos e contraddizioni nel complesso di norme esistenti.
Si nelle nel documenti che “Colpi di mano crescono a danno dell’Ordine dei Giornalisti. In ballo, in realtà, c’è non solo l’esistenza e l’autonomia di questo organismo, ma il riconoscimento del diritto a esistere di questa stessa professione e, soprattutto, in ballo c’è la qualità e l’autonomia dell’informazione in Italia, cioé il diritto dei cittadini a essere correttamente e compiutamente informati”.
Si lamentano i presidenti, del fatto che il Senato tenta di introdurre , non richieste, non meglio specificate modiche all’organizzazione ordinistica e alla fisionomia della stesa professione.
Cambiamenti strutturali che imporrebbero, secondo i firmatari, quanto meno un’approfondita discussione all’interno degli organismi della categoria e persino oltre.
Peccato che l’Ordine ancora oggi non vuole rendersi conto che tutta la struttura dell’ente si regola su leggi e regolamenti incostituzionali e gravemente discriminatori.
Dalla legge 69/63, passando per la caotica e contradditoria l. 115/68 per arrivare al decreto 67/2017, l’unica cosa che appare certa è l’immobilismo generale di quanti nei decenni sono si sono seduti sulle poltrone nazionale e regionali.
Sono state metabolizzate senza alcuna convinta protesta, leggi e regolamenti incostituzionali (decreto 67/2017) , che ledono i diritti degli iscritti e che presentano evidenti norme gravemente discriminatorie.
La credibilità e l’autorevolezza, l’ordine le ha perse da decenni e non viene certamente minata da quanto sta accadendo in questi giorni al Senato, oppure dal rifiuto di taluni consigli regionali di indire le elezioni.
La sua caduta verticale di credibilità e di autorevolezza, ha ragioni profonde mai considerate e viene da lontano.
Allo stato attuale, la vita dell’ordine , sfido chiunque a dimostrare il contrario, viene regolata con leggi e norme incostituzionali, discriminatorie, caotiche e contraddittorie.
Per essere credibili e influenti è necessario riconoscere pubblicamente questo proponendo la costituzione di una commissione interna per redigere una seria ed organica riforma e portare l’ordine ad essere un  organismo democratico, realmente rappresentativo e rispettoso dei diritti degli iscritti.
I comportamenti divisivi vanno stigmatizzati, ma nel rivendicare l’autonomia di governo si devono necessariamente rivendicare leggi chiare, non contraddittorie, che non violano i diritti costituzionali degli iscritti e che non prevedano norme discriminatorie.
Chiedere  il rinvio delle elezioni per sei mesi, anche un anno,  ma da subito istituite una commissione per riscrivere le norme, sarebbe una proposta sicuramente da considerare.
Se c’è la volontà, in tre mesi si può realizzare una articolata proposta complessiva di riforma dell’ordine da presentare agli iscritti e quindi, una volta approvata, da inviare al Parlamento.  Dopo passaggi così democratici si può seriamente dubitare che la politica possa cassarla o dimenticarla nel cassetto.
Ma i dubbi che ciò avvenga sono forti.

Michele Santoro