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Cresce la minaccia turca verso Israele e l’intera regione

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan con il presidente iraniano Hassan Rouhani durante una conferenza stampa congiunta a Teheran il 4 ottobre 2017

Retorica e atti ostili di Ankara ricordano sempre più da vicino gli inizi della minaccia posta dal regime iraniano degli ayatollah

Editoriale del Jerusalem Post

Il crescente coro di dichiarazioni anti-israeliane proveniente dalla Turchia, in particolare quando si tratta della tossica miscela di retorica religiosa e nazionalista estremista tipica del partito al potere ad Ankara, sta diventando una minaccia sempre più grande per Israele e la stabilità regionale.

Dopo l’annuncio che la Turchia avrebbe trasformato in moschea il museo di Haghia Sophia ad Istanbul, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che successivamente Ankara “libererà” la moschea di al-Aqsa [1] a Gerusalemme. Negli mesi scorsi il Ministero degli affari religiosi della Turchia e altre voci del governo di Amman hanno ripetutamente propagato il messaggio secondo cui intendono “unire la umma (comunità) islamica” contro lo stato di Israele.

La retorica di Ankara ricorda sempre più da vicino gli inizi della retorica anti-israeliana nell’Iran di fine anni ’70, destinata a trasformarsi in seguito in una potenziale minaccia esistenziale di natura nucleare. La dirigenza religiosa iraniana, come la dirigenza ispirata ai Fratelli Musulmani del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) in Turchia, guarda il mondo attraverso una lente binaria: c’è la “umma islamica” e poi ci sono tutti gli altri. Per gli attuali dirigenti sia in Iran che in Turchia, l’aumento dell’estremismo religioso annuncia la volontà di mobilitare la regione contro Israele.

Una pubblicità affissa nell’ottobre 2019 alle fermate d’autobus presso la città turca di Konya (governata dall’AKP del presidente Erdogan) avverte la gente di non prendere “ebrei e cristiani come alleati”, citando il Corano 5:51

Per anni l’interpretazione prevalente è stata che, se da una parte l’Iran costituiva una minaccia per Israele, dall’altra Ankara e Gerusalemme godevano storicamente di buone relazioni. Ma quelle relazioni hanno preso una piega estremista per il peggio dopo l’operazione anti-terrorismo a Gaza del gennaio 2009. Da allora, quella che negli anni ’90 era stata una relazione scorrevole è diventata sempre più un rapporto ostile su molteplici piani.

In Turchia cresce l’antisemitismo e si registra un’attiva diffusione di teorie complottiste anti-ebraiche e anti-israeliane. E c’è una crescente mobilitazione delle reti religiose di estrema destra, come quella dietro alla flottiglia filo-Hamas della Mavi Marmara, che nel 2010 cercò di rompere il blocco navale anti-terrorismo imposto da Israele alla striscia di Gaza.

L’attuale governo turco è uno stretto alleato di Hamas. Sia l’Iran che la Turchia sostengono Hamas, ed entrambi tendono a vedere il ruolo degli Stati Uniti nella Siria orientale attraverso una lente ostile. Inoltre, sia la Turchia che l’Iran hanno fatto di Gerusalemme, o al-Quds come la chiamano, un punto centrale della loro politica estera. Quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump spostò l’ambasciata a Gerusalemme, fu la Turchia che convocò a Istanbul i capi musulmani per condannare la mossa. Ed è la Turchia che si è messa alla testa della campagna contro la mossa dell’ambasciata e i piani circa la sovranità israeliana al di là della Linea Verde.

Ciò significa che le minacce della Turchia a Israele non sono solo verbali, sono anche ideologiche e fanno parte di una crescente campagna religiosa che mescola il sostegno a gruppi come Hamas con la volontà di mettere in pratica propositi come quello della flottiglia filo-terrorista Gaza. I tentativi di ricucire il rapporto con la Turchia sono tutti falliti e Ankara è sempre più inebriata di militarismo e della determinazione a usare la forza per ottenere ciò che vuole.

Gennaio 2012: il capo di Hamas Ismail Haniyeh e l’allora primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, al parlamento di Ankara, in Turchia

La Turchia cerca tacitamente di farsi strada a Gaza attraverso Hamas e a Gerusalemme est attraverso vari gruppi religiosi, allo scopo di accrescere la propria influenza. Di recente la Municipalità di Gerusalemme ha dovuto rimuovere una targa che gruppi sostenuti dalla Turchia avevano illegalmente installato a Gerusalemme est: obiettivo della targa era promuovere una tacita campagna volta ad affermare rivendicazioni turche dell’era ottomana nella capitale di Israele.

Nella regione in generale si avverte una più ampia minaccia. La Turchia bombarda impunemente in Siria e Iraq. Adesso ha inviato in Libia mercenari siriani e sue forze navali e aeree. Sebbene questa campagna sembri lontana da Gerusalemme, di fatto la Turchia sta cercando di impadronirsi di una fascia del Mediterraneo per bloccare l’accordo su un oleodotto, siglato da Israele e Grecia all’inizio di quest’anno. All’interno, Ankara ha messo a tacere l’opposizione trasformandosi nel più grande carceriere di giornalisti al mondo, e approfitta dell’impossibilità del dissenso in patria per promuovere senza freni la sua agenda nella regione.

L’attuale amministrazione americana ha finora chiuso un occhio quando si tratta di Turchia. Elementi pro-Ankara nel Dipartimento di stato Usa hanno assecondando l’agenda estremista della Turchia, accondiscendendo il suo abbraccio con Hamas e altri terroristi. E Israele ha evitato di criticare.

Ma l’esperienza in questa regione dimostra che un potere estremista senza freni finisce sempre per attaccare Israele. Gamal Abdel Nasser ricoprì negli anni ’50 questo ruolo, che in seguito passò agli ayatollah iraniani. A lungo termine lo stesso potrebbe accadere in Turchia, se i suoi crescenti attacchi ai vicini, la repressione del dissenso e la retorica anti-israeliana non verranno contrastati dal mondo occidentale.

(Da: Jerusalem Post, 15.7.20)