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L’Europa che stiamo perdendo. Il caso dell’Ungheria.

Viktor Mihály Orbán _ primo Ministro ungherese

La decisione del Parlamento ungherese di conferire al premier Orban poteri eccezionali per affrontare l’emergenza Covid 19 é gravissima e inaccettabile. Per capire e informare su ciò che- da tempo- accade in Ungheria non basta scrivere frettolosi articoli pre-confezionati come fanno alcuni inviati dall’Italia, ma fermarsi e cercare di capire le ragioni più profonde del successo elettorale di Orban e della sconfitta della sinistra cui per ben 4 volte (dopo l’89) gli elettori ungheresi affidarono la responsabilità di guidare il governo.

A Budapest la fabbrica del populismo. Una sorda lotta per la leadership

Orban mira a collocarsi nel mezzo, a candidarsi come mediatore fra le due entità. Anche per recuperare appieno la fiducia del PP.

La forza dei numeri e l’investitura di Donald Trump (ricevuta il 13 maggio scorso a Washington) potrebbero fare di Victor Orban l’ago della bilancia del centro- destra europeo e, sicuramente, il leader dell’area populista. Ruolo cui aspirano in tanti: dalla Le Pen a Matteo Salvini.

L’assenza dei rappresentanti di Fidesz a Milano conferma l’esistenza all’interno dell’area populista di questa sorda contesa.

Ma i sostenitori di Orban non hanno dubbi: a lui spetta la leadership. Secondo il quotidiano magiaro (https://magyarnemzet.hu/…/diplomaciai-nagyuzem-az-unios-va…/ [1] ), filo governativo, l’Ungheria è oggi una “grande fabbrica” della diplomazia europea e internazionale.
E qualche ragione l’hanno. Infatti, l’Europa neo-conservatrice si riconosce, ruota intorno alle politiche populiste di Orban che si atteggia a leader di tale corrente e a grande statista di livello internazionale.

Certo, in ciò c’è l’enfasi della compiacenza mediatica verso il potente di turno (cosa che accade dovunque nel mondo), tuttavia la pretesa non è da sottovalutare. Negli ultimi tempi, Orban si è reso protagonista di una vera offensiva diplomatica. Un turbinio d‘incontri al massimo livello con i principali leader internazionali: da Putin a Ching-Ping, dal premier israeliano Netanyau, costruttore di muri e tenace persecutore delle popolazioni palestinesi, al reazionario presidente brasiliano Bolsonaro, al recentissimo ricevimento di Trump, a Washington, di cui si è detto.

Con queste solide relazioni internazionali e con il PIL in crescita del 4,9 %, un saldo positivo della bilancia commerciale di circa 6 miliardi di euro e una disoccupazione (dichiarata) al 3%, (fonte: dati 2018, da Infomercati- Min. Esteri/Italia, 2019), Orban naviga piuttosto tranquillo (come qui molti prevedono) verso la riconferma del 50% nel voto di domenica prossima.

Difficile capire esattamente cosa potrà accadere. Una cosa è certa: il fenomeno Orban esiste e, in qualche misura, potrà incidere sul gioco politico del primo gruppo del parlamento europeo.

Bloccarlo è difficile, tanto più se si continua a combatterlo soltanto con gli insulti, con i luoghi comuni. Senza sforzarsi d’indagare le ragioni del suo successo, le motivazioni di questa massa di elettori che, puntualmente, votano Fidesz.

Anche per l’Ungheria vale il detto secondo cui “l’elettore ha sempre ragione”.

Perciò, si raccomanda ai commentatori un po’ più d’umiltà, meno certezze e più impegno d’analisi per cercar di capire le cause di questa spinta al populismo.

Perché il successo di Orban, creatura politica di Soros, oggi suo acerrimo nemico?

Anche qui: che cosa hanno visto l’uno dell’altro che noi non sappiamo?

Davvero una bella domanda alla quale si può rispondere con il motto: “Se lo conosci lo eviti”.

Agostino Spataro