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Immigrazione. Porto sicuro o posto di salvezza – ONG o associazioni ?  

La questione dell’immigrazione clandestina negli ultimi anni è divenuta giocoforza il principale problema per l’occidente ed in particolare l’Italia, esposta all’assalto continuo di navi i cui comandanti riferiscono essere parte di questa o quella ONG, e tanto si discute per intenerire le coscienze italiche, di “porto sicuro”.

Già perché la politica e i media, ovviamente ben supportati da chi ha interesse, parlano continuamente di “porto sicuro” facendo intendere che con questa terminologia si debbano considerare le situazioni politico militari in essere. Nella realtà, il diritto del mare e i trattati internazionali indicano “port of safety” che come vedremo in seguito è ben altra cosa.

Innanzi tutto va chiarito che talune organizzazioni nazionali e internazionali che operano nel Mediterraneo non sono propriamente ONG  ma associazioni con vari diciture che in un modo o nell’altro si richiamano alle operazione umanitarie.

Una di questo per esempio è la SOS MEDITERRANEE che nel suo statuto, pubblicato sul proprio portale, si definisce un’organizzazione marittima e umanitaria sostenuta dalla società civile europea per il soccorso nel Mediterraneo. Sembra specificatamente per la questione degli immigrati.

Quindi non una ONG. Ma anche se fosse una ONG come Medici Senza Frontiere, nella sua assoluta indipendenza dagli stati non significa che possa operare, senza autorizzazione e senza regole, in violazione delle norme dello stato che la ospita.

Dal sito di Save The Children si rileva una impressione simile: “Le ONG, come detto, svolgono il loro lavoro in maniera indipendente dagli Stati e dagli organi sovranazionali, ma possono collaborare con le istituzioni come l’Unione Europea”.
Vero è che le ONG sono indipendenti ma nessuna norma internazionale o degli stati sovrani può prevedere che una organizzazione possa operare sul suo territorio senza autorizzazione e senza ottemperare alle norme di legge nazionali. Sono autonome nel loro lavoro, decidono quale è il loro progetto e lo portano avanti senza alcuna intromissione dello stato, ma assolutamente nel rispetto delle leggi e non al di sopra di esse.

La disinformazione, specie in Italia, può essere in parte attribuita al Ministero degli Esteri che non sembra aver mai chiarito la posizione delle singole sigle che periodicamente si manifestano nel Mediterraneo.

D’altra parte non sembra che il Ministero degli Esteri, ed in particolare il dipartimento della cooperazione a cui fanno capo le associazioni non governative e associazioni senza fine di lucro italiane, a meno di errori, che effettuino un periodico controllo delle attività delle stesse per verificare se chi è registrato in Italia rispetti le norme di cui art.26 commi 2 e 3 della L. 125/2014.

A parte ciò, tutto viene focalizzato su quattro o cinque navi che si richiamano a questa o a quella organizzazione, mentre c’è il silenzio assoluto su quella che può essere definita la vera essenza delle organizzazioni umanitarie.

Si parla, per la sola Italia, di 217 organizzazioni umanitarie senza fine di lucro che operano in silenzio e senza clamori in Italia e nel mondo e assistono centinaia di migliaia di persone.

Ogni giorno centinaia di volontari, “operatori umanitari” che portano a compimento senza aiuti di stato progetti sociali e umanitari in Italia e nel mondo, quelli veri, quelli che utilizzano il proprio tempo libero a favore dei bisognosi, svolgono la loro opera verso i bisognosi ignorati dalla politica e dai media che parlano solo ed esclusivamente di associazioni e organizzazioni che, seppur inconsapevolmente, fanno il gioco di criminali che con la tratta dei schiavi guadagnano milioni di euro l’anno.
Volontari ed organizzazioni che dovrebbero essere portati ad esempio dai media e dalla stessa politica invece di riportare le storie di vera natura sociale e umanitaria invece di amplificare chi nel Mediterraneo non contribuisce certo al servizio umanitario.

Infine, va chiarito una volta e per tutte chiarire che “place of safety”, termine corretto indicato nei trattati internazionali e sul diritto del mare, non significa come si fa passare in questi anni “porto sicuro” ma “posto di salvezza” .

Termine che indica chiaramente un “punto di terra ferma”  – normalmente il più vicino al naufragio – dove trasportare i sopravvissuti, senza alcun riferimento al porto “sicuro” come invece si vuole fare intendere dalla vulgata nazionale, alimentata dall’ipocrisia politica.