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I cristiani del Medio Oriente finiranno col condividere il destino degli ebrei dei paesi arabi?

Un’insegna che accoglie i non musulmani a Nazareth (città araba nel nord Israele): “E chiunque cerchi una religione diversa dall’Islam, il suo culto non sarà accettato, e nell’altra vita sarà tra i soccombenti. Dal Sacro Corano (3:85)”. Sulla destra, la Basilica cristiana dell’Annunciazione

Sullo sfondo della persecuzione dei cristiani in Medio Oriente non può non tornare alla mente il famoso slogan: “Prima il popolo del sabato, poi il popolo della domenica” . di Edy Cohen

Uno sguardo agli sviluppi degli ultimi decenni in Medio Oriente dà la netta impressione che la regione si stia “ripulendo” delle minoranze, in particolare dei cristiani che vi abitano da millenni. Questo sviluppo ricorda ciò che accadde agli ebrei del Medio Oriente che nel corso del XX secolo dovettero fuggire dalle loro case fra pogrom e persecuzioni, soprattutto dopo la nascita dello stato di Israele e le sue vittorie nelle guerre che dovette combattere contro le aggressioni dei nemici arabi.

Fu in Marocco, dove oggi sono rimaste solo alcune migliaia di ebrei, che avvenne il primo massacro di ebrei del XX secolo in Medio Oriente: più precisamente a Fez, il 17 aprile 1912, dopo che il Sultano Mulai Abd al-Hafid aveva firmato un trattato che trasformava il Marocco in un francese protettorato. Per la popolazione marocchina quella consegna delle redini a un sovrano cristiano costituiva un atto di tradimento. Non potendo attaccare i francesi, le folle arabe optarono per aggredire gli ebrei e le loro proprietà. Cinquantun ebrei vennero assassinati e molte case saccheggiate. Il 3 agosto 1934 un sarto ebreo nella città algerina di Costantina maledisse i musulmani e insultò l’islam mentre era ubriaco. Risultato: un pogrom che causò 25 morti e 38 feriti fra gli ebrei del posto.

Nel giugno del 1941 scoppiò a Baghdad il pogrom noto come Farhud. Circa 200 ebrei vennero assassinati e migliaia feriti dai loro vicini arabi. Le proprietà ebraiche furono saccheggiate e molte case date alle fiamme. Quattro anni dopo, nell’anniversario della Dichiarazione Balfour del 1917, un gran numero di arabi diedero sfogo alla frustrazione per la sconfitta della Germania nazista nella guerra mondiale perpetrando pogrom in diversi paesi arabi. In Egitto, dieci ebrei furono uccisi e circa 350 feriti durante sommosse dei Fratelli Musulmani. Furono bruciate sinagoghe oltre all’ospedale ebraico e agli ospizi per anziani. Più di 100 negozi di ebrei vennero saccheggiati. In Libia furono assassinati 140 ebrei, le sinagoghe bruciate e le case saccheggiate.

Il giorno dopo l’adozione del piano di spartizione alle Nazioni Unite il 29 novembre 1947, scoppiarono pogrom contro gli ebrei in diversi paesi arabi. Non erano coordinati. Semplicemente i musulmani non si capacitavano che agli ebrei – che avevano vissuto tra loro per 1.300 anni come dhimmi, cioè “persone protette” legalmente e istituzionalmente inferiori – venisse concesso un stato in cui avrebbero governato se stessi, ed anche una significativa minoranza musulmana. Questa intollerabile umiliazione scatenò numerosi pogrom. Ad Aleppo, in Siria, furono uccisi 75 ebrei. Ad Aden, nello Yemen, circa 80 ebrei vennero massacrati, negozi di ebrei vennero saccheggiati e sinagoghe incendiate. Migliaia di ebrei fuggirono da Aden per finire rinchiusi in campi di detenzione in condizioni disumane. Il che portò all’Operazione “ali d’aquila” (o “tappeto volante”) grazie alla quale decine di migliaia di ebrei yemeniti vennero trasportati in aereo in Israele.

Il 7-8 giugno 1948, circa tre settimane dopo la fondazione di Israele, si verificarono pogrom nelle città marocchine di Oujda e Jerada. Quarantadue ebrei furono assassinati e centinaia feriti. Diversi giorni dopo, 14 ebrei vennero assassinati a Tripoli in Libia. Nel giugno e luglio 1948, come reazione alla sconfitta dell’esercito egiziano mandato a distruggere lo stato ebraico appena nato, le aree ebraiche del Cairo furono attaccate dai Fratelli Musulmani con ordigni esplosivi, atti di sabotaggio e aggressioni. Decine furono gli ebrei uccisi e feriti.

La storia si è ripetuta dopo la vittoria di Israele nella guerra dei sei giorni (1967), quando i capi dei paesi arabi consumarono la loro vendetta su ciò che restava delle inermi comunità ebraiche ancora sotto il loro dominio. Migliaia di ebrei furono costretti a emigrare a causa di vessazioni, incarcerazioni arbitrare (in Egitto circa 600 ebrei vennero chiusi in prigione da uno a tre anni), omicidi (in Libia e Marocco), revoche della cittadinanza (Iraq ed Egitto), espulsioni e confische dei beni (Iraq, Libia, Egitto e Siria). Due anni dopo, il 27 gennaio 1969, nove ebrei, alcuni dei quali minorenni, furono impiccati nella piazza di Baghdad con l’accusa artefatta di collaborazione con Israele. Il governo israeliano li ha riconosciuti come vittime di un’autorità straniera per il solo fatto di essere ebrei.

A metà degli anni ’80, undici ebrei libanesi furono rapiti da Hezbollah e assassinati dopo diversi mesi. Motivo: il rifiuto di Israele di negoziare la scarcerazione di terroristi sciiti detenuti. Naturalmente anche quegli ebrei libanesi furono accusati senza alcuna prova di collaborare con Israele e di essere “agenti del Mossad”.

Può essere che il destino dei cristiani del Medio Oriente finisca per assomigliare a quello degli ebrei dei paesi arabi? I dati indicano attualmente che i cristiani sono in fuga su larga scala da un po’ tutta la regione almeno a partire dal 2014, quando lo Stato Islamico (Isis) prese il potere in Siria e Iraq. A molte ambasciate occidentali è stato data disposizione di concedere immediatamente i visti d’ingresso ai cristiani che desiderano lasciare questi luoghi, e il fenomeno non ha ancora raggiunto l’apice.

Sullo sfondo della persecuzione dei cristiani in Medio Oriente in generale, e della loro fuga da queste terre, Autorità Palestinese compresa (e con l’unica eccezione di Israele), non può non tornare alla mente il famoso slogan musulmano: “Prima il popolo del sabato, poi il popolo della domenica“.

(Da: jns.org, 21.7.19)