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In Bahrain, l’occasione persa (ancora una volta ) dai palestinesi

Ci sarà un motivo se la dirigenza palestinese rifiuta sistematicamente ogni offerta di soluzione politica e ogni proposta per uno sviluppo economico

Editoriale del Jerusalem Post

Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha convocato domenica a Ramallah i membri dell’Associazione stampa estera per un ennesimo momento della sua campagna contro il workshop economico “pace per la prosperità” indetto dagli Stati Uniti nel Bahrain.

“Confidiamo che la conferenza non avrà successo” ha dichiarato Abu Mazen, e sembra pronto a fare quasi qualsiasi cosa perché il suo pronostico si auto-avveri. Abu Mazen non vuole il successo della conferenza, durante la quale verrà presentato in modo completo il piano economico dell’amministrazione Trump a integrazione della parte diplomatica, ancora da svelare, del cosiddetto “accordo del secolo”.

Fingendo di ignorare il comportamento fin qui tenuto dal suo stesso movimento Fatah, Abu Mazen ha detto che i palestinesi hanno sì bisogno di migliorare la loro economia, ma “prima di tutto deve esserci una soluzione politica”. Ma i palestinesi non hanno mai accettato neanche le più generose soluzioni politiche offerte in passato, ed è proprio per questo che questa volta si inizia concentrandosi sull’economia. Eppure Abu Mazen, mentre denuncia e lamenta la crisi economica palestinese, che effettivamente è in corso, si rifiuta di accettare i milioni di dollari che Israele è pronto a trasferire sui suoi conti come entrate fiscali riscosse per conto dell’Autorità Palestinese, e questo perché le autorità israeliane hanno deciso di detrarne la percentuale (meno del 5% del budget dell’Autorità Palestinese) che il governo palestinese versa in vitalizi ai terroristi detenuti e alle famiglie dei terroristi morti compiendo attentati.

Abu Mazen ha poi ribadito la sua posizione secondo cui non accetterà nessun piano di pace, per quanto vantaggioso possa essere per il suo popolo, solo per il fatto che viene presentato dagli Stati Uniti del presidente Donald Trump. “Non accetteremo che l’America sia l’unico mediatore di pace per la causa del Medio Oriente – ha ingiunto – Vogliamo l’Europa, la Russia, l’Onu e la Cina, e abbiamo bisogno anche della Gran Bretagna e della Germania. Non saremo schiavi o servi di Jared Kushner, Jason Greenblatt e David Friedman”, gli inviati e rappresentanti della Casa Bianca.

Più di ogni altra cosa, Abu Mazen è contrario a ogni normalizzazione delle relazioni con Israele, un elemento senza il quale la pace sarà impossibile e calma e stabilità resteranno irraggiungibili. Esprimendo il suo disappunto  per il fatto che Giordania ed Egitto hanno deciso di partecipare alla conferenza economia nonostante gli appelli palestinesi a boicottarla, Abu Mazen ha proclamato: “Non ci sarà nessuna normalizzazione tra gli stati arabi e Israele prima che ci sia una soluzione tra Israele e palestinesi”. Ma Israele ha già accordi di pace sia con la Giordania che con l’Egitto, sebbene sia una pace un po’ fredda. Tutti e tre questi paesi devono fronteggiare alcune minacce comuni sia dall’Iran che dai jihadisti islamisti. Il summit nel Bahrain potrebbe costituire un’occasione per migliorare i rapporti fra tutti i paesi della regione che devono affrontare simili minacce alla sicurezza, e migliorare l’economia di tutti. Il fatto che in passato Israele sia riuscito a firmare accordi di pace con i due paesi vicini è la riprova che non è Israele che è intrinsecamente contrario alla pace: lo è la dirigenza palestinese, che fa di tutto per evitarla.

Come è loro tipico, i palestinesi hanno indetto tre “giornate dell’ira” [1] in Cisgiordania e striscia di Gaza in coincidenza con i lavori della conferenza in Bahrain: un’ulteriore conferma che i palestinesi, sia l’Autorità Palestinese in Cisgiordania che Hamas a Gaza, sono disposti e capaci di attivare e disattivare le violenze quando vogliono.

L’esponente dell’Olp Taysir Khalid ha denunciato il piano economico da 50 miliardi di dollari presentato dall’amministrazione statunitense come un “investimento fakedi 10 anni” e ha affermato che i fondi destinati a Egitto, Giordania e Libano sono “il prezzo per liquidare l’Unrwa”, l’agenzia Onu preposta all’assistenza dei profughi palestinesi. Ma si può star certi che se la dirigenza palestinese volesse davvero creare uno stato indipendente a sé stante, cercherebbe il modo di mantenere scuole, ospedali e altri enti anziché affidarsi eternamente alla “carità” internazionale dell’Unrwa. E sarebbe anche ora di porre fine alla pretesa di considerare i palestinesi “profughi perpetui”, anche quando vivono all’interno di territori palestinesi e sotto controllo palestinese.

Più di 135 dei 193 paesi membri delle Nazioni Unite riconoscono già uno “stato di Palestina”. Abu Mazen avrebbe potuto usare il seminario economico nel Bahrain per trasformare questo riconoscimento internazionale in qualcosa di realmente sostanziale, significativo e proficuo. L’83enne capo palestinese deve decidere una buona volta cosa vuole lasciare come suo retaggio: vuole una società migliore, più sicura e più prospera per il suo popolo oppure – per citare di nuovo il compianto diplomatico israeliano Abba Eban – ancora una volta non vuole perdere l’occasione di perdere un’occasione?

(Da: Jerusalem Post, 25.6.19)