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La guerra dei sei giorni e i tentativi di riscrivere la storia

Dieci informazioni di contesto che molti non conoscono (o non vogliono conoscere)

Di David Harris

Dite “storia” e molti leveranno gli occhi al cielo. Se poi aggiungete “Medio Oriente” potreste vedere molti alzarsi e andarsene, nel timore di finire in un pozzo apparentemente senza fondo di dettagli e controversie. Eppure, se non si capisce ciò che è accaduto in passato è impossibile capire dove ci troviamo oggi, e capirlo è di importanza cruciale per questa regione e per il mondo.

Cinquantadue anni fa scoppiava la guerra dei sei giorni. Se accade che alcune guerre, una volta finite, svaniscano nell’oscurità del passato, la guerra dei sei giorni del giugno ‘67 rimane invece di assoluta rilevanza oggi come allora. Molti dei principali problemi ad essa collegati restano a tutt’oggi irrisolti.

Politici, diplomatici e giornalisti continuano a fare i conti con le conseguenze di quella guerra, ma raramente prendono in considerazione il suo contesto, o forse addirittura non lo conoscono affatto. Eppure, senza gli elementi di contesto alcune cose di importanza capitale non possono essere capite.

Dall’alto: La secolare sinagoga di Hurva prima del 1948; la stessa sinagoga durante l’occupazione giordana di Gerusalemme Vecchia (1948-1967); l’arco in memoria della sinagoga, eretto dopo la riunificazione della città nel 1967; la sinagoga in corso di ricostruzione (luglio 2009).

Primo. Nel giugno del 1967 non esisteva uno stato di Palestina. Non esisteva e non era mai esistito. La creazione di uno stato arabo su una parte della Palestina Mandataria Britannica era stata proposta dalle Nazioni Unite vent’anni prima, nel 1947, ma era stata respinta dal mondo arabo perché significava la creazione anche di uno stato ebraico al suo fianco.

Secondo. Nel ’67 la Cisgiordania e Gerusalemme est erano occupate dalle truppe giordane. In aperta violazione dei solenni accordi d’armistizio, la Giordania negava agli ebrei l’accesso ai loro luoghi sacri nella parte orientale di Gerusalemme. Peggio, aveva profanato e devastato molti di quei siti. Dal canto suo, la striscia di Gaza era sotto una dura occupazione militare egiziana, mentre le alture del Golan, nel nord, venivano regolarmente utilizzate dalle truppe siriane per bersagliare i kibbutz e villaggi israeliani sottostanti.

Terzo. Il mondo arabo avrebbe potuto creare in qualsiasi momento uno stato palestinese in Cisgiordania, Gerusalemme est e striscia di Gaza, ma non lo fece. Non se ne parlava nemmeno. Intanto, i capi arabi erano tanto attaccati a Gerusalemme che, nei quasi vent’anni in cui la parte est rimase sotto controllo giordano, ben pochi vi si recarono, e quei pochi molto raramente. Era considerata poco più che una borgata araba sottosviluppata.

Dall’alto: La secolare sinagoga di Hurva prima del 1948; la stessa sinagoga durante l’occupazione giordana di Gerusalemme Vecchia (1948-1967); l’arco in memoria della sinagoga, eretto dopo la riunificazione della città nel 1967; la sinagoga in corso di ricostruzione (luglio 2009).

Quarto. Il cosiddetto “confine del ‘67” di cui tanto si parla oggi non era altro che una linea armistiziale fissata diciotto anni prima, informalmente denominata Linea Verde. Questo, dopo che cinque eserciti arabi avevano attaccato Israele, fondato nel ‘48, con il dichiarato obiettivo di distruggere lo stato ebraico appena costituito ed impedire con la forza l’applicazione della decisione dell’Onu. Fallirono, e vennero così fissate delle linee d’armistizio provvisorie che non furono mai dichiarate confine ufficiale. Non potevano esserlo, perché i paesi arabi, anche nella sconfitta, si rifiutavano di riconoscere il diritto di Israele ad esistere, e perciò insistettero perché il testo dell’armistizio escludesse esplicitamente che tali linee potessero essere considerate confini statali definitivi.

Quinto. L’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), che appoggiò l’aggressione militare a Israele del ’67, era stata istituita nel 1964, cioè tre anni prima che scoppiasse il conflitto: dettaglio importante perché dimostra che per “liberazione della Palestina” si intendeva la distruzione Israele. Nel 1964 l’unico “insediamento ebraico” di cui si poteva discutere era Israele stesso. Il discorso vale a maggior ragione per i gruppi armati confluiti nell’Olp che erano nati ancora prima (come Fatah, fondata da Yasser Arafat nel 1959).

Sesto. Nelle settimane precedenti la guerra dei sei giorni, i capi egiziani e siriani dichiararono più volte apertamente che la guerra era imminente e che il loro obiettivo era quello di cancellare Israele dalla carta geografica. Non c’era nessuna ambiguità ne reticenza. Ventidue anni dopo la Shoà, un nuovo nemico annunciava esplicitamente l’intenzione di sterminare milioni di ebrei. Il tutto è molto ben documentato, e nessuno aveva il minimo dubbio che l’avrebbero fatto davvero. Altrettanto ben documentato è il fatto che Israele, nei giorni precedenti la guerra, fece dire alla Giordania, tramite le Nazioni Unite e gli Stati Uniti, di tenersi fuori da qualsiasi conflitto fosse scoppiato. Ma re Hussein di Giordania (moderato e filo-occidentale, ma il cui regno era pur sempre un vaso di coccio fra vasi di ferro) ignorò l’appello israeliano e legò il proprio destino a quello di Egitto e Siria. Le sue forze attaccarono Israele ma vennero sconfitte, ed egli perse il controllo su Cisgiordania e Gerusalemme est. Successivamente re Hussein avrebbe riconosciuto il fatale errore che aveva commesso accettando di entrare in guerra (verosimilmente nella convinzione che Israele sarebbe stato spazzato via).

L’escalation che ha portato alla guerra dei sei giorni (clicca per ingrandire)

Settimo. L’allora presidente egiziano Gamal Abdel Nasser chiese che venissero rimosse le forze di pace dell’Onu che erano schierate da circa un decennio nel Sinai, al confine fra Egitto e Israele. Vergognosamente, senza nemmeno la cortesia di consultare Israele, le Nazioni Unite ottemperarono. Risultato: non c’era più nessun cuscinetto tra gli eserciti arabi in piena mobilitazione e le forze israeliane schierate sui confini di un paese che era grande un cinquantesimo dell’Egitto e in alcuni punti era largo solo una dozzina di chilometri.

L’escalation che ha portato alla guerra dei sei giorni (clicca per ingrandire)

Ottavo. L’Egitto impose il blocco della navigazione israeliana nel Mar Rosso attraverso gli stretti di Tiran, unico accesso marittimo d’Israele verso l’Asia e l’Africa: una misura che fu evidentemente considerata da Gerusalemme come un atto di guerra. Gli Stati Uniti discussero la possibilità di formare un convoglio internazionale che infrangesse il blocco, ma alla fine purtroppo non se ne fece niente.

Nono. La Francia, che era allora il principale fornitore di armi a Israele, alla vigilia della guerra annunciò un embargo delle vendite di armi, ufficialmente per prevenire la guerra (ma i paesi arabi erano armati dall’Unione Sovietica). In pratica, il provvedimento mise Israele in una situazione di altissimo pericolo: nel caso in cui l’escalation e la guerra si fossero trascinate per un certo tempo, si sarebbe trovato senza rifornimenti di munizioni, equipaggiamenti e pezzi di ricambio (solo un anno più tardi gli Stati Uniti sarebbero subentrati come fornitori di sistemi d’arma vitali per la difesa di Israele). Se guerra doveva essere, l’unica possibilità per Israele di sopravvivere era che scoppiasse presto e durasse pochissimo.

Decimo. Dopo la sorprendente vittoria in soli sei giorni, Israele sperò che i territori appena conquistati all’Egitto, alla Giordania e alla Siria potessero servire per un accordo “terra in cambio di pace” (naturalmente con una ridiscussione delle linee di confine e delle garanzie di sicurezza). Furono inviati dei segnali in questo senso. La risposta formale arrivò il primo settembre 1967, quando il vertice arabo riunito a Khartoum proclamò: “No alla pace, no al riconoscimento, no al negoziato” con Israele.

Altri “no” avrebbero fatto seguito. Lo disse bene nel 2003 l’ambasciatore saudita negli Stati Uniti, citato dal New Yorker: “Mi ha spezzato il cuore che Arafat non abbia accettato l’offerta [di un accordo a due stati accettata da Israele nel 2001, con il sostegno americano]. E’ dal 1948 che ogni volta che c’è qualcosa sul tavolo, diciamo no. Poi diciamo sì. Ma quando diciamo sì, non è più sul tavolo. E di conseguenza dobbiamo trattare per qualcosa di meno. Non sarebbe ora di dire un sì?”.

Vignetta della propaganda araba alla vigilia della guerra dei sei giorni: l’Egitto di Nasser, insieme agli altri paesi arabi (sullo sfondo), butta in mare l’ebreo Israele (dipinto coi tratti della grafica antisemita)

Oggi c’è chi vorrebbe riscrivere la storia. C’è chi vorrebbe far credere al mondo che c’era uno stato palestinese, ma non c’era. Chi vorrebbe far credere che c’erano dei confini definitivi tra quello stato e Israele, e invece c’era solo una linea di armistizio tra Israele e la Giordania, che occupava Cisgiordania e la parte est di Gerusalemme. Chi vorrebbe far credere che la guerra del ‘67 sia stato un bellicoso atto di aggressione da parte di Israele. Invece fu un atto di pura auto-difesa di fronte all’agghiacciante minaccia, sotto gli occhi di tutto il mondo, di annientare lo stato ebraico; per non parlare dell’illegale blocco marittimo degli stretti di Tiran, dell’improvviso sgombero delle forze di pace Onu, dello schieramento di truppe egiziane e siriane ai confini d’Israele.

Tutte le guerre comportano delle conseguenze. Questa non ha fatto eccezione. Ma gli aggressori non si sono mai assunti la responsabilità per ciò che hanno scatenato. Vogliono far credere al mondo che la costruzione di insediamenti israeliani dopo il ’67 sia l’ostacolo principale al processo di pace. La guerra dei sei giorni è la prova che la questione centrale è, ed è sempre stata, un’altra: e cioè se i palestinesi e il mondo arabo in generale accettano il diritto del popolo ebraico ad avere un proprio stato. Se fosse così, tutte le altre questioni controverse, per quanto difficili, troverebbero una possibile soluzione. Se invece, ahimè, le cose non stanno così, allora tutti gli sforzi e i tentativi sono persi in partenza.

Quando si tratta del conflitto arabo-israeliano, rimuovere il passato come se fosse un inutile fastidio non funziona. La storia può andare avanti? Certamente. I trattati di pace di Israele con l’Egitto nel 1979 e con la Giordania nel 1994 lo dimostrano con forza. Ma furono possibili proprio alla luce del passato, non negandolo o stravolgendolo come invece molti cercano di fare, oggi, sul versante palestinese.

(Da: Time of Israel, 5.6.19)