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Ritiro delle truppe. Perchè Afghanistan si e UNIFIL no ? Eppure …

Il Ministro della Difesa ha recentemente dato a COI l’incarico di valutare un programma di rientro delle truppe italiane impiegate da ormai 17 anni in Afghanistan in una guerra che si è dimostrata un completo fallimento militare e politico.
Gli afghani, popolo combattente, dopo aver sconfitto gli inglesi che costretto ad una vergognosa ritirata nel 1842, e aver costretto la potente Armata Rossa alla ritirata nel 1989 dopo oltre cinque anni di guerriglia, ora, possono vantarsi di aver costretto una terza potenza mondiale, gli USA che al comando di una coalizione internazionale, ha invaso il paese dopo gli eventi delle torri gemelli , a trattare la pace.

I talebani, artefici del successo contro l’Unione Sovietica, appoggiati ed armati da USA e Pakistan, sapientemente diretti dall’ISI, la potente agenzia di intelligence pakistana, che nel 1989 hanno costretto i russi alla ritirata, ora sono chiamati proprio dai “nemici” statunitensi, al tavolo della pace.
3430 militari morti, di cui 55 italiani che hanno avuto anche oltre 600 feriti, un costo di complessivo per gli USA di oltre 4 mila miliardi di dollari e per gli italiani oltre 6 miliardi di euro, per arrivare al 2019, dopo 18 anni di conflitto, a chiedere ai talebani di sedersi al tavolo della pace ed accettare la sconfitta militare e politica.
Bene quindi ha fatto il Ministro Trenta a prevedere una possibile uscita dal teatro afghano, ma non si comprende come il titolare del Dicastero della Difesa non abbia ancora pensato ad un ritiro dal Libano.
Se da una parte l’Afghanistan è una sconfitta militare e politica, UNIFIL non è solo una sconfitta politica, ma sopratutto una grave umiliazione per mano di Hezbollah.
UNIFIL avrebbe dovuto assistere le LAF nella stabilizzazione delle aree, far rispettare la Blue Line, prevenire la ripresa delle ostilità, mantenendo tra la Blue Line e il fiume Litani una area cuscinetto libera da personale armato, assetti ed armamenti che non siano quelli del Governo libanese e di UNIFIL,  mettere in atto i rilevanti provvedimenti degli accordi di TAIF, e della Risoluzione 1559 (2004) e 1680 (2006), che impongono il disarmo di tutti i gruppi armati in Libano, nessuna arma o autorità che non sia dello Stato libanese, nessuna forza straniera in Libano senza il consenso del Governo, nessun commercio o rifornimento di armi e connessi materiali al Libano tranne quelli autorizzati dal Governo, consegna all’ONU di tutte le carte/mappe contenenti lo schieramento delle mine in Libano. Questi in sintesi in compiti di UNIFIL che sono riportati www.difesa.it/OperazioniMilitari/op_intern_corso/UNIFIL/Pagine/Missione.aspx, che sono parte di compiti assegnati alla missione ONU con la risoluzione 1701.
A distanza di 13 anni dalla risoluzione, il compito principale si può dire senza ombra di dubbio fallito perché insiste sin dal 2006 sul teatro, una entità politico militare, riconosciuta gruppo terroristico addirittura dalla Lega Araba (2016),  pesantemente armata e finanziata dal governo sciita iraniano che nel tempo ne ha fatto una propria estensione militare in funzione anti Israele.
Un fallimento che è sotto gli occhi di tutti, eppure, in Italia nessuno parla di ritiro. Hezbollah, questo è fuori di dubbio, ha il completo controllo di tutta l’area a sud del Fiume Litani ed ora, il partito di  Hassan Nasrallah  ha messo sotto le sue ali il “nuovo” governo di Hariri , e ha messo le mani su ben 16 ministeri su trenta.

Una situazione che non fa presagire nulla di buono, ma alle Nazioni Unite il dispiegamento in Libano fa comodo politicamente,però non può dirsi motivo di orgoglio considerato che UNIFIL appare ingabbiata da Hezbollah che ne ha fatto un ombrello funzionale alla sua esistenza in funzione anti Israele.
Se da una parte la situazione afghana è figlia di una dissennata operazione militare voluta fortemente dagli USA e subita dagli alleati quasi costretti a seguire il potente alleato, la situazione libanese appare grottesca e ridicola.

Hezbollah non si cura di UNIFIL, o meglio, la considera funzionale alle sue esigenze di copertura delle sue attività terroristiche. Quasi che UNIFIL garantisca agli uomini di Hezbollah una sorta ombrello protettivo alle loro attività terroristiche.
Prova ne è la realizzazione di tunnel che dal Libano si infiltra sino al territorio israeliano sono stati realizzati senza che oltre 10 mila uomini dell’UNIFIL se ne rendessero conto.
Ma c’è di più, Hezbollah è talmente sicuro di poter agire indisturbato da UNIFIL che vieta ai suoi uomini di accedere nei punti di entrata confermati di un tunnel vicino a Kfar Kila.
Lo denuncia arriva dall’inviato delle NU in Medio Oriente, Nikolay Mladenov che ha riferito al Consigli di Sicurezza che agli uomini dell’UNIFIL non è stato consentito l’accesso ai tunnel.
Tunnel di cui UNIFIL ha confermato l’esistenza ma di esserne venuto a conoscenza dopo aver ricevuto informazione da IDF  “L’IDF ha informato l’UNIFIL di aver scoperto finora quattro tunnel lungo la Blue Line”.  “Dopo ulteriori indagini tecniche condotte autonomamente in conformità con il suo mandato, UNIFIL in questa fase può confermare che due dei tunnel attraversano la linea blu. Queste costituiscono violazioni della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”.    https://unifil.unmissions.org/unifil-statement-discovery-tunnels-along-blue-line [1]   ), ammettendo di fatto di non essersi accorta delle operazioni di scavo.
Ed allora, mentre si prende atto della situazione afghana e quindi si valuta il possibile ripiegamento dei militari italiani, appare inspiegabile il motivo per cui, in presenza di una situazione grottesca e ridicola in Libano, il Ministro della Difesa italiana non pensi di proporre al governo di chiedere il ritiro del contingente italiano dalla terra dei cedri.

Se si è accettato il fallimento afghano e l’onta della sconfitta militare da parte di un popolo che è nato combattente e che ha già sconfitto Inghilterra e Unione, proprio non si riesce a capire il motivo per cui si continua testardamente a mantenere inutilmente un contingente in Libano costantemente umiliato dagli uomini di Hassan Nasrallah.