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Gerusalemme. Le tre sfide di Israele nel 2019: evitare la guerra; vincere la guerra; depotenziare Hezbollah

Soldati israeliani sul Golan, al confine con la Siria

La difesa continuerà a dominare l’agenda politica. La buona notizia è che le probabilità di guerra sono scarse. La cattiva notizia è che, in questo contesto, nessuna previsione sulla sicurezza può essere data per scontata

Di Yoav Limor

L’anno prossimo riserva molte incertezze a Israele che cercherà di muoversi sulla linea estremamente sottile che divide l’instabilità potenzialmente alta che si registra su tutti i fronti e la chiara superiorità militare delle sue Forze di Difesa, con conseguente capacità di generare deterrenza.

Com’è evidente, nel 2019 Israele dovrà adoperarsi per evitare conflitti su larga scala. Cosa che dovrebbe essere fattibile dato che i suoi vari nemici, in ogni settore, hanno attualmente problemi molto più urgenti da affrontare. La Siria sta cercando di tirarsi fuori da sette anni di sanguinosissima guerra civile. Hezbollah è impantanato nei problemi finanziari e nei guai politici interni libanesi. Hamas sta cercando di attenuare la terribile situazione economica della striscia di Gaza, mentre in Cisgiordania l’Autorità Palestinese è concentrata sul tentativo di raccapezzarsi circa l’incombente era post-presidente Abu Mazen. Si aggiunga a tutto questo la forza militare d’Israele e si può capire come mai i nemici dello stato ebraico sono al momento riluttanti alla prospettiva di uno scontro aperto.

E’ anche vero, tuttavia, che la logica non prevale sempre, in Medio Oriente, e ognuno di questi settori comporta anche una significativa possibilità di generare una rapida escalation, soprattutto perché sono tutti sotto lo spettro minaccioso dell’Iran, che cerca di aumentare il suo peso nella regione.

Ciò significa che, per Israele, la prima sfida sarà evitare la guerra. La seconda, come sempre, quella di essere in grado di vincere se una guerra dovesse scoppiare. E la terza, forse la più rilevante alla luce delle altre due, quella di impedire all’Iran di barricarsi militarmente in Siria e bloccare i tentativi di Hezbollah di procurarsi armamenti sofisticati in Libano, con particolare riferimento ai piani del gruppo terrorista sciita per missili di precisione.

Israele dovrà inoltre manovrare con grande attenzione la sua politica rispetto alla striscia di Gaza per assicurarsi che le condizioni della popolazione non peggiorino ulteriormente pur garantendo la propria sicurezza. E dovrà usare uguale accortezza in Cisgiordania, dove combattere il terrorismo riducendo al minimo le irruzioni nella vita quotidiana della popolazione civile palestinese è cruciale per prevenire un’altra intifada.

Israele dovrà fare tutto questo destreggiandosi in condizioni geo-strategiche assai complesse, specialmente dopo la decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di ritirare le truppe americane dalla Siria e il conseguente aumento della forza della Russia nella regione. Ciò richiederà non solo la capacità di navigare sul piano diplomatico nella complessa equazione tra Washington e Mosca, ma anche di promuovere legami più stretti con l’asse “moderato” sunnita, cosa che a sua volta potrebbe però aumentare l’attrito con gli stati “delinquenti”, Turchia compresa.

La sottile linea di demarcazione tra opportunità e rischi è quella lungo la quale Israele dovrà muoversi da solo, potendo contare solo su se stesso sia sul piano diplomatico che militare.

Come non bastasse, tutto questo si svolgerà sullo sfondo di quello che si profila di per sé come un anno impegnativo per Israele. La campagna elettorale appena iniziata si sta già dimostrando tempestosa ed è improbabile che l’acceso scontro politico risparmi le forze armate. Il nuovo capo di stato maggiore, che entra in carica a metà gennaio, dovrà destreggiarsi fra tutte le minacce e le sfide, interne ed esterne, compresi gli interrogativi sollevati sul grado di preparazione dell’esercito per ogni scenario di guerra, e la necessità di formulare un budget pluriennale per la Difesa.

Le questioni di difesa e sicurezza continueranno dunque a dominare l’agenda politica e pubblica israeliana nel 2019, ad ogni livello. La buona notizia è che le probabilità di una guerra aperta sono scarse. La cattiva notizia è che, dato lo sconvolgimento regionale in corso, nessuna previsione sulla sicurezza può essere data per scontata.

(Da: Israel HaYom, 31.12.18)