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Israele. “Manifestazioni pacifiche? Ma figuriamoci!”

“Manifestazioni pacifiche? Ma figuriamoci!”

“Conosco le Forze di Difesa israeliane e mi ero già fatto un’idea, ma volevo vedere di persona, guardare negli occhi i soldati al confine e sentire da loro cosa pensano di questa situazione”

Di Reuven Ben-Shalom

“Mettiti questi – mi ha ingiunto un ufficiale senza tanti complimenti, porgendomi un elmetto e un giubbotto in kevlar – e tieni la testa bassa”. Le favole di Hamas sulle “proteste pacifiche” vanno in pezzi non appena ci si scontra con la realtà.

Le sei settimane della “grande marcia del ritorno” giungono all’apice. L’obiettivo dichiarato è quello di violare il confine e “tornare” (fare irruzione) in Israele. Ma il vero obiettivo è attirare l’attenzione internazionale scontrandosi con l’esercito israeliano sotto le mentite spoglie di una protesta nonviolenta e dipingendo le vittime come vittime della ferocia delle Forze di Difesa israeliane. Il loro uso di scudi umani è così cinico che vengono offerti incentivi monetari per ogni infortunio o decesso. L’obiettivo dichiarato, e concreto, delle Forze di Difesa israeliane dell’IDF è invece quello di difendere il confine, cercare di ridurre al minimo gli scontri e le vittime ed evitare l’escalation. Relativamente parlando, entrambe le parti raggiungono i rispettivi obiettivi, ma Hamas vince alla grande sul piano dell’immagine poiché è facile ingannare e manipolare l’opinione pubblica.

Conosco bene le Forze di Difesa israeliane e mi ero già fatto un’idea di quello che sta accadendo. Ma dovevo vederlo di persona. Volevo guardare negli occhi i soldati al confine e sentire da loro cosa provavano in questa situazione, come percepiscono la loro missione e come si relazionano con l’altra parte. Sono stato portato in cima a un tumulo di terra, eretto a poca distanza dalla recinzione di confine, in parte già incendiata da pneumatici dati alle fiamme che coprivano l’area con un denso fumo nero. Parecchie persone lanciavano verso di noi molotov e oggetti di vario genere con le fionde; alcune decine preparavano aquiloni incendiari in attesa che si alzasse di nuovo il vento a loro favorevole. Dimostrazioni nonviolente? Quello che ho visto era una zona di guerra.

buona distanza dalla recinzione, migliaia di palestinesi si radunavano in quello che sembrava un evento festaiolo. Non apparivano preoccupati, perché sanno bene che i soldati non fanno nulla finché loro si mantengono alla dovuta distanza, e che agirebbero solo a fronte di azioni aggressive a ridosso della recinzione. Sul versante israeliano, i soldati si mantenevano al coperto, continuamente bersagliati. Non occorre fare altro che stare lì e guardare. Assalti da una parte, azioni di difesa dall’altra. Una parte inizia, l’altra risponde. Una parte cerca di colpire, irrompere, sabotare, uccidere; l’altra fa di tutto per impedirlo.

Ho voluto parlare con i giovani soldati. L’impressione che ne ho tratto è che comprendono benissimo la complessità e la delicatezza della situazione, e parlano del loro compito in modo serio e professionale. Mi hanno detto cosa devono affrontare ogni giorno: continui tentativi di aprire brecce nella recinzione e violare il confine, ordigni esplosivi piazzati sotto la copertura degli scontri e del fumo, attacchi diretti con lanci non solo di pietre e molotov, ma anche granate e talvolta l’uso di armi da fuoco, aquiloni attaccati a ordigni incendiari che appiccano incendi nei campi attorno ai villaggi israeliani. Le regole di ingaggio dei militari sono severe e strettamente monitorate. Ogni colpo deve essere approvato da un comandante. Viene fatto ogni sforzo per evitare incidenti mortali, pur nella determinata difesa del confine e dell’incolumità di civili e soldati israeliani. Anche quando è necessario sparare, i soldati mirano alle gambe, e vengono presi di mira solo gli individui direttamente coinvolti negli assalti e i più esagitati fomentatori di scontri. Non si spara affatto ai “manifestanti” che protestano alla dovuta distanza dal confine. Non si agisce in modo casuale o indiscriminato. Nessuno spara nel mucchio. I tiratori scelti sono esperti e preparati e sanno garantire una condotta controllata e contenuta. “Ti dirò cosa mi passa per la testa – mi ha detto uno di loro – Vorrei tornare a casa da mia moglie e dai miei figli senza aver ferito né ucciso nessuno, senza aver sparato nemmeno un colpo”. A ogni incidente seguono sessioni di analisi. E’ chiaro che in una situazione così complessa vengono anche commessi errori, ma vengono identificati, capiti, corretti.

Per me era importante sentire come i soldati si rapportano con i palestinesi dall’altra parte della barricata. “Sono persone come te e me – mi ha detto un sergente – Disgraziatamente sono manipolati da Hamas”. Un altro ha aggiunto: “I nostri comandanti continuano a sottolineare che dobbiamo metterci nei loro panni”. “Per l’amor del cielo! – ha esclamato un soldato di fanteria di 19 anni, mentre vedevamo dei bambini spinti ad avvicinarsi alla recinzione – Come possono fare una cosa del genere?”. “Il problema – ha commentato un soldato del genio – è che l’immagine di un bambino ferito fa comodo ai loro piani. Il nostro obiettivo, invece, è fare in modo che torni a casa sano e salvo”. Non potrei chiedere di più.

Intendiamoci, i soldati della Golani usano anche parole forti e parlano senza mezzi termini della loro missione fondamentale di difendere i confini e i cittadini d’Israele. Ma il numero di feriti “denunciati” da Hamas è evidentemente gonfiato (che novità: i terroristi mentono). Poiché ogni video scioccante produce una pioggia di critiche e condanne contro Israele, se non bastano quelli veri se ne mettono in scena di falsi. A volte la verità è ridicolmente evidente: quando ad esempio ci sono persone “ferite” senza alcuna traccia di sangue, oppure si vedono cinque persone che cadono improvvisamente all’unisono ma non è stato sparato nessun colpo. Una scena tipica che i soldati vedono coi loro occhi è quella di un “ferito” portata in barella finché è circondato da telecamere, che poi scende dalla barella e torna indietro con le sue gambe [1]. Il numero dei feriti include la semplice inalazione di gas lacrimogeni e le lesioni auto-inflitte maneggiando ordigni incendiari e pneumatici in fiamme. Anche per quanto riguarda il numero di morti, pur prendendo per buoni i dati di Hamas, in questo contesto di violenze generalizzate non si può affermare che esso rifletta un approccio indiscriminato da parte delle Forze di Difesa israeliane. Dire che lo squilibrio delle perdite tra israeliani e palestinesi dimostra un uso eccessivo della forza da parte dei soldati è assurdo: dappertutto, scagliarsi contro un poliziotto armati di ascia o pugnale non porta a un risultato “equilibrato”.

Purtroppo, Israele non deve fare i conti solo con la propaganda di un regime terrorista, ma anche con coloro che le credono e la promuovono. Dire che i soldati israeliani hanno il grilletto facile e sparano in modo indiscriminato su manifestanti pacifici e disarmati è una ignobile menzogna. Promuovere queste falsità non è solo un insulto nei confronti degli israeliani. Significa anche tradire e abbandonare la popolazione di Gaza, anziché adoperarsi per salvarla dalla situazione terribile in cui l’ha portata il fallimentare controllo di Hamas. Gaza avrebbe potuto prosperare se i suoi capi l’avessero voluto. Ma non lo vogliono. Invece, perpetuano il mito della “resistenza armata”, respingono il corso della storia, alimentano l’illusione impossibile di distruggere Israele e impegnano tutti gli sforzi e le risorse nel terrorismo, nella morte e nella distruzione.

– Sei un giornalista? mi ha chiesto un soldato.
– No, ho risposto.
– Peccato.
– Perché dici così?
– Perché più persone vedono cosa succede veramente, meno bugie verranno diffuse su quello che facciamo qui.
– Lo dirò a quante più persone possibile, gli ho promesso.

(Da: Jerusalem Post, 10.5.18)