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Tel Aviv è Israele e Israele è Tel Aviv

Per i nostri nemici, Tel Aviv deve subire la stessa sorte della Cisgiordania: un unico grande “insediamento” che deve essere demolito e cancellato.

Di Ofir Akunis

Non esiste la “bolla” Tel Aviv separata dal resto del paese. La prima città ebraica è parte inseparabile di Israele. E’ triste che si tenda a ricordarlo, e a sottolinearlo, solo dopo che Tel Aviv è stata colpita da un nuovo attacco terroristico: solo dopo che un odioso assassino ha aperto il fuoco ammazzando due splendidi giovani che, come molti loro concittadini, erano arrivati a Tel Aviv da altre parti del paese, Shimon Ruimi da Ofakim e Alon Bakal da Carmiel. E’ facile dipingere Tel Aviv come “separata” dal resto del paese. Il fatto che le due persone uccise vi fossero arrivate una dal sud di Israele, l’altra dal nord, dice tutto: Tel Aviv è Israele, è parte integrante della nostra storia.

Sono cresciuto a Tel Aviv, accompagnato dai racconti famigliari sulle bande arabe che sparavano sulla casa di famiglia, nel quartiere Shapira, dai frutteti di Abu Kabir e Salameh, a sud della città, ancor prima che lo stato d’Israele fosse fondato.

Tel Aviv venne bombardata dall’aviazione egiziana nel 1948. A Tel Aviv si scavavano le trincee in vista dell’attacco arabo del giugno ’67.

A Tel Aviv abbiamo conosciuto l’attentato all’Hotel Savoy (1975), e poi il massacro dell’autobus costiero all’ingresso settentrionale della città (1978), un attacco che portò al primo coprifuoco dai tempi della prima guerra mondiale.

Tel Aviv fu la prima città israeliana a finire sotto i missili a lungo raggio di Saddam Hussein nella guerra del Golfo del ‘91, quando ci dissero di chiuderci nelle stanze sigillate con le maschere anti-gas sul volto. E’ la stessa città che tre anni più tardi, nell’ottobre ’94, tredici mesi dopo la stretta di mano Rabin-Arafat, venne sconvolta da uno dei primi terrificanti attentati suicidi, sull’autobus n. 5, nei pressi di Piazza Dizengoff, a pochi passi dal bar Simta, quello dove è avvenuta la sparatoria in stile ISIS di venerdì scorso. Fu a Tel Aviv che durante la festa di Purim (1996) un attentatore suicida fece scempio di famiglie sorridenti in costume da carnevale, davanti a un centro commerciale nel centro della città. Anche quella volta su Via Dizengoff.

All’inizio della micidiale ondata di attacchi terroristici dei primi anni Duemila, Tel Aviv conobbe gli orribili attentati suicidi alla discoteca del Dolphinarium (2001) e al caffè Mike’s Place (2003), sul lungomare,  e all’ingresso della vecchia stazione centrale degli autobus (2003), e al ristorante shawarma Rosh Ha’ir (2006).

Anche Tel Aviv è stata raggiunta dai missili di Hamas lanciati dalla striscia di Gaza durante l’operazione anti-terrorismo del 2014, e anche i suoi abitanti dovettero correre nei rifugi.

Perché Tel Aviv è Israele, e Israele è Tel Aviv. Non c’è nessuna artificiosa distinzione, né dovrebbe esserci: giacché quello che i nostri brutali nemici ci dimostrano, ogni volta, è che la loro guerra contro di noi non è territoriale. Non si tratta di questo o quel “territorio”. Non si tratta dei “territori” o dell’”occupazione”. Non è una guerra per gli “insediamenti” o per i confini del ‘67. Agli occhi sanguinari dei nostri nemici, Tel Aviv deve subire la stessa sorte della Cisgiordania, Rishon LeZion la stessa di Hebron, Raanana lo stessa di Gerusalemme. Sono tutte un unico “territorio” da cui dobbiamo essere eliminati. Per come la vedono loro, Israele è in realtà un unico grande “insediamento” che deve essere demolito e cancellato per far posto a uno stato arabo fondato sulle sue rovine. Agli occhi dei nostri nemici, non ci sono i laici di Tel Aviv e gli ortodossi di Gerusalemme, non ci sono il centro e la periferia d’Israele, non ci sono destra e sinistra: Israele è un unico nemico.

Meno di quarantott’ore dopo gli omicidi nel centro della città, Tel Aviv tornerà ad essere la città che non dorme mai. Continueremo a piantare e costruire e sviluppare a Gerusalemme, come negli insediamenti, come a Sderot nel sud, ai confini con Gaza, e a Kiryat Shmona nel nord, ai confini con il Libano. Avremo sempre una spada puntata alla gola? Non so circa il “sempre”. Ma so, purtroppo, che i nostri nemici ci costringeranno a tenere in pugno una spada, con determinazione, ancora per lungo tempo.

(Da: Israel HaYom, 3.1.16)