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Cambiare tutto per non cambiare niente. La riforma gattopardesca delle province in Sicilia.

province-sicilia [1]Nel museo degli orrori di questa legislatura regionale dovremo anche annoverare la farsesca abolizione delle province.
Non ci entusiasmano i tagli in quanto tali, l’austerità. Spesso sono solo tagli di servizi, ai quali non corrispondono mai, ormai si è capito, tagli di imposte per i contribuenti. Ma certo qua non c’è proprio alcun risparmio.
E soprattutto, per carità, non fatela passare come una attuazione dello Statuto. Questo proprio no. I Siciliani non sono stupidi.
L’art. 15 dello Statuto sui liberi consorzi comunali fu ideato da persone come Sturzo o Mineo, pensando che bisognava passare dalle prefetture statali, a organismi più vicini ai territori. Si avevano in mente i vecchi 25 distretti del Regno di Sicilia, al posto delle 9 province, e si pensava ad una associazione libera di comuni, un po’ come i moderni patti territoriali. Su questi distretti la Regione, a fianco dei Comuni e dei liberi consorzi, avrebbe dovuto porre una propria amministrazione periferica (nel Dopoguerra si parlò di “intendenti”) che avrebbero dovuto tra le altre cose sostituire i Prefetti. Altri contesti, altre speranze, altri orizzonti.
Oggi la funzione degli “enti intermedi” tra Regione (per noi auspicabilmente “Stato di Sicilia”) e Comuni andrebbe studiata con criteri moderni e funzionali. Non è forse la priorità, oggi, in questa Sicilia in pieno dramma economico e sociale, ma bisognerebbe avere il coraggio di pensare ad una riforma epocale di ampio respiro. Chiamare studiosi, sentire le parti sociali, i cittadini. Scrivere prima un libro verde, poi un libro bianco, infine fare seguire leggi e decreti attuativi, con cui trovare una soluzione che coniughi le seguenti tre esigenze funzionali:
– presenza del pubblico nel territorio e funzionalità dei servizi per la cittadinanza;
– costo del servizio compatibile con gli equilibri finanziari pubblici;
– democraticità delle istituzioni.
Una riforma di questo tipo non si può fare nel segno dei tagli o, peggio ancora, degli annunci vuoti.
Non entriamo nel merito della migliore riforma possibile, non è questo il problema di oggi.
Ora va detto chiaramente che questa legge non abolisce un bel niente. Si limita a cambiare nome alle province regionali.
Le tre maggiori diventano “città metropolitane”, le altre “liberi consorzi”, ma sono le stesse dei tempi di Mussolini. Lo spirito dello Statuto è sonoramente tradito.
Questa legge non risparmia un bel niente, se non forse in parte su qualche consigliere provinciale.
Questa legge, infine, consegnando il potere di elezione dei vertici soltanto ai sindaci e ai consiglieri comunali del territorio, abolisce la democrazia e lascia l’amministrazione delle province tutta interna alla casta politica, che farà e disfarà quel che vorrà, all’insaputa dei cittadini/sudditi.
Ed è questo l’elemento più grave della controriforma, non peggiore né migliore dell’analoga, solo un po’ diversamente autoritaria, riforma “Del Rio” che analogamente toglie la democrazia nelle province italiane.
La legge del 1986, istitutiva dei “liberi consorzi” sotto il nome di “province regionali” già ci sembrava gattopardesca, perché fingeva di cambiar qualcosa ma in realtà non cambiava nulla. Ma, a conti fatti, quella brutta legge, tutto sommato, era migliore di quella attuale, perché lasciava almeno ai cittadini la possibilità di scegliere i propri amministratori. E a questo punto, di fronte alla manifesta incapacità dell’attuale governo, tanto valeva lasciarla stare così com’era.
Siamo ancora in attesa di un atto di buona amministrazione da questo Governo. Siamo ancora in attesa di una buona legge da questa legislatura. Ma non crediamo ci siano speranze. Solo dando la parola ai cittadini forse potremo porre termine a quest’agonia.

Massimo Costa