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Israele. Boicottaggi sbagliati, fraudolenti, controproducenti

stampa israeliana [1]Scrive Dan Diker, sul Jerusalem Post: «Il fatto che l’avvio di nuovi insediamenti o della costruzione di case in quelli già esistenti sia stato recentemente congelato, e che il primo ministro Binyamin Netanyahu l’abbia limitato ai principali blocchi di insediamenti rivendicati da Israele in un futuro accordo di pace con scambio di territori, è del tutto irrilevante per la strategia palestinese che sta dietro alle campagne per il boicottaggio anti-israeliano.Queste campagne infatti non sono mirate contro gli insediamenti in Giudea e Samaria (Cisgiordania) o contro la sovranità d’Israele nella sua capitale, Gerusalemme. Il movimento che invoca boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni prende di mira Israele perché lo considera illegittimo in quanto tale, indipendentemente dai suoi confini (provvisori o definitivi). Le organizzazioni che fanno campagna per il boicottaggio – nel mondo accademico, nel commercio, nello sport, nelle arti ecc. – sono guidate da decine di gruppi palestinesi che negano legittimità a Israele basandosi su tre elementi principali, come viene esplicitamente spiegato dal Comitato Nazionale palestinese per il boicottaggio: i profughi palestinesi in esilio, i palestinesi che vivono sotto “occupazione” in Cisgiordania e nella striscia di Gaza e i palestinesi che patiscono il sistema di “apartheid” dentro lo stato israeliano. Questa rappresentazione (non importa quanto infondata nella realtà dei fatti) spiega come mai i sostenitori del boicottaggio considerano Israele un’entità intrinsecamente illegale anche all’interno delle ristrette linee armistiziali del ‘49. Gruppi e attivisti pro-boicottaggio non ne fanno mistero. Chiunque voglia convincersene non deve far altro che dare un’occhiata ai loro siti web, alle loro conferenze su YouTube, a tutto il loro materiale di propaganda contro Israele.

Purtroppo, la strategia palestinese pro-boicottaggio viene facilmente fraintesa da molti, sia dentro che fuori Israele, come se si trattasse di una campagna circoscritta all’obiettivo di conseguire uno stato palestinese in Cisgiordania e Gaza. Invece i gruppi pro-boicottaggio, che siano a Ramallah, a Londra o a San Francisco, non fanno segreto della loro battaglia per uno stato palestinese che sorga al posto dello stato nazionale del popolo ebraico, e non accanto ad esso. Di conseguenza tutte le campagne per il boicottaggio anti-Israele non fanno che alimentare e incoraggiare il rifiuto del negoziato da parte dell’’Autorità Palestinese, mentre gli attivisti anti-israeliani rafforzano e perfezionano il loro attacco contro la legittimità dello Stato ebraico in quanto tale.

La realtà è che la popolazione israeliana ha pagato le promesse di pace con un alto prezzo di sangue e di risorse. Quasi duemila israeliani hanno perso la vita durante il “processo di pace”, e miliardi di dollari sono stati spesi per approntare misure di sicurezza che non erano previste e che non avrebbero dovuto essere necessarie una volta firmati i primi accordi. Lo scambio di lettere e la Dichiarazione di principi decisi a Oslo nel 1993, l’accordo ad interim firmato da Rabin nel 1995, il ritiro unilaterale dalla zona di sicurezza nel Libano meridionale del maggio 2000, il summit a Camp David del luglio 2000 e la conseguente intifada stragista di al-Aqsa, il ritiro di civili e militari dalla striscia di Gaza dell’estate 2005 con i conseguenti attacchi di razzi Hamas e due operazioni militari (gennaio 2009 e novembre 2012) per contrastarli, la seconda guerra in Libano scatenata nell’estate 2006 dai fondamentalisti libanesi Hezbollah sostenuti dall’Iran, l’offerta di pace ad Annapolis nel 2007 e ancora nelle trattative del 2008: tutti ciò va (o dovrebbe andare) a credito di Israele. Difficilmente la comunità internazionale potrebbe citare un paese che si sia assunto più rischi per la pace di quanto abbia fatto Israele.

Ecco perché gli israeliani hanno sviluppato una sorta di immunità alle minacce di catastrofici boicottaggi. Gli israeliani sono interlocutori di pace più che volenterosi. Ma oggi, in una regione dominata da Iran, Hezbollah, al-Qaeda, Fratelli Musulmani e i loro vari affini e affiliati, gli israeliani chiedono innanzitutto precise garanzie per la propria sicurezza. Questo è il motivo per cui pretendere da Israele che si sbrighi a cedere ulteriori territori e asset strategici per la sua sicurezza e sopravvivenza, minacciando boicottaggi e sanzioni, non solo non serve a far avanzare il processo di pace, ma anzi lo demolisce».
(Da: Jerusalem Post, 16.7.13)

Scrive Calev Myers, su Times of Israel: «Se fossi un palestinese residente nei territori contesi di Cisgiordania scenderei in piazza per protestare contro la recente decisione dell’Unione Europea di recedere da qualunque accordo o finanziamento di enti israeliani situati al di là della Linea Verde. Il più grave pericolo derivante da questa decisione, infatti, è che tenda a degenerare in un boicottaggio generale di tutti i prodotti israeliani fabbricati nei territori. E quali saranno le prime e principali vittime di un tale scenario? I palestinesi stessi.

In effetti, tutte le industrie israeliane situate al di là della Linea Verde, senza eccezione, impiegano anche lavoratori palestinesi. Queste aziende israeliane garantiscono 70.000 posti di lavoro ai residenti arabi di Giudea e Samaria (Cisgiordania). Chi offrirà loro un futuro impiego, l’Unione Europea? Gli europei hanno preso una decisione sbagliata, che non tiene conto delle reali esigenze dei palestinesi. Questo fatto diventa ancora più evidente se si considera ciò che invece hanno scelto di continuare a finanziare, al di là della Linea Verde.

L’Unione Europea continuerà a finanziare, ad esempio, le scuole dell’UNRWA, dove si alimenta un revanscismo palestinese che non ammette l’esistenza d’Israele e dove si tengono accurate cerimonie per celebrare gli attentatori stragisti suicidi. Gli europei continueranno a finanziare il governo Olp di Mahmoud Abbas (Abu Mazen), una amministrazione che vìola pesantemente i diritti umani del popolo palestinese con la repressione dei mezzi di comunicazione, gli arresti arbitrari, i maltrattamenti, le torture, le esecuzioni sommarie. E continueranno anche a sovvenzionare lo stipendio di Abu Mazen che, secondo fonti palestinesi, ammonta a un milione di euro al mese (circa 110 volte la retribuzione media di un membro del Parlamento Europeo, tanto per dire).

Mentre la maggioranza dei palestinesi vive in condizioni di povertà, il patrimonio di Abu Mazen, con famigli e famigliari, è stimato a più di 100 milioni di euro. […] Non vi è dubbio che l’Autorità Palestinese procede secondo un’agenda che è diametralmente opposta ai valori su cui è stata fondata l’Unione Europea: valori di libertà personale, democrazia, stato di diritto, diritti umani. L’Autorità Palestinese è il primo violatore di diritti umani nella terra che sta fra il Mediterraneo e il fiume Giordano. Se l’Unione Europea è sinceramente interessata al bene del popolo palestinese, deve condizionare il suo aiuto finanziario a passi concreti verso l’attuazione di vere riforme in materia di diritti umani. Ho pronunciato queste esatte parole, lo scorso novembre, quando mi è stata offerta l’opportunità di parlare davanti al Parlamento Europeo a nome del Jerusalem Institute of Justice. La risposta?

La promessa che la questione sarebbe stata esaminata dalla Commissione di Bilancio dell’Unione Europea. Continuo a sperare e a credere che onoreranno questo impegno. Lo stato di Israele e il popolo palestinese hanno un interesse comune: che esista un’autentica democrazia palestinese. Se lo standard per il riconoscimento di uno stato palestinese fosse basato sulla dimostrazione della sua capacità di gestire un’adeguata governance in grado di tutelare le libertà individuali, la democrazia, lo stato di diritto e i diritti umani, allora il futuro del Medio Oriente apparirebbe diverso e assai migliore. È solo un sogno?
(Da: Times of Israel, 17.7.13)