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Netanyahu esorta i palestinesi ad avviare negoziati, e portarli a termine

I negoziati fra israeliani e palestinesi stanno davvero per ricominciare?
Secondo un alto funzionario palestinese citato martedì da Israel HaYom, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) sarebbe disposto ad avviare colloqui con Israele per un periodo di tempo limitato a patto che Israele compia diversi “gesti di buona volontà”. È questo che Abu Mazen intenderebbe annunciare al segretario di stato Usa John Kerry in arrivo questa settimana in Israele, Giordania e Autorità Palestinese per il suo quinto viaggio nella regione. Il funzionario ha detto a Israel HaYom che i palestinesi sono stati recentemente informati da Washington che Kerry, nei suoi colloqui privati con il presidente Barack Obama, si mostra sempre più critico verso l’Autorità Palestinese per la sua intransigenza a fronte dei sui sforzi per rilanciare i negoziati di pace.

Secondo la fonte palestinese, ad Abu Mazen è stato riferito da funzionari americani che il continuo rifiuto palestinese sta diventando inaccettabile e che il fallimento di un altro tentativo di avviare i colloqui costringerebbe l’amministrazione di Washington ad esporre Abu Mazen e i palestinesi come “gli intransigenti che rifiutano la pace”. Secondo il funzionario palestinese, la nuova posizione di Abu Mazen sarebbe volta a placare i politici americani ma anche, in qualche misura, a preparare l’opinione pubblica palestinese alle concessioni che alle fine potrebbe essere necessario fare.

Un alto funzionario israeliano, interpellato da Israel HaYom, ridimensiona il peso del nuovo approccio di Abu Mazen. “In passato – dice – aveva già fatto dichiarazioni analoghe, ma ciò che conta è se passa ai fatti. È difficile sapere se questa volta Abu Mazen faccia sul serio; se è così, si tratta di uno sviluppo positivo che il primo ministro israeliano auspicava da tempo. Se invece Abu Mazen rinnova i colloqui solo per abbandonarli pochi giorni dopo, incolpare Israele e poi chiedere alle Nazioni Unite di riconoscere i confini del 1967, beh questo non sorprenderebbe nessuno”.

Ecco perché il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sta spostando il nucleo del suo messaggio dall’invito al presidente palestinese a sedersi al tavolo dei negoziati, all’appello perché non se ne vada subito dopo essersi presentato, come fece nel settembre 2010 e di nuovo ai colloqui di basso profilo in Giordania del 2012. “La nostra fervida speranza – ha dichiarato Netanyahu – è di arrivare alla pace, una pace vera che può essere raggiunta solo attraverso negoziati diretti e senza precondizioni.

Noi siamo pronti ad avviare tali negoziati e mi auguro che lo siano anche i palestinesi. E devo dire che il nostro obiettivo non è solo quello di presentarsi per far vedere che abbiamo avviato i negoziati. Il nostro obiettivo è quello di persistere nei negoziati, di impegnarsi in modo coerente nell’arco di un significativo periodo di tempo per affrontare tutte le questioni e giungere a un accordo che risolva i problemi fondamentali del conflitto. Il che richiederà tempo, determinazione e metodo, cose che spero metteranno in campo anche i palestinesi. Questo è il nostro approccio e mi auguro che sia anche il loro”.

“Fonti governative israeliane – scrive Dan Margalit su Israel HaYom – dicono che Abu Mazen non desidera condurre veri e propri negoziati: non vuole incontrare Netanyahu in una tenda fra Gerusalemme e Ramallah e rimanervi tutto il tempo necessario fino alla fumata bianca, per dirla con le parole del ministro Yair Lapid. Abu Mazen non nominerà gruppi di lavoro per discutere i dettagli. In fin dei conti, temono a Gerusalemme, Abu Mazen vuole solo poter dire che incontrare Netanyahu è stato inutile, per poi rivolgersi alle Nazioni Unite e cercare di far condanne di Israele. Netanyahu, dal canto suo – prosegue Margalit – non avrebbe alcun problema a incontrare Abu Mazen.

I suoi ministri che potrebbero essere contrari, come Naftali Bennett e Benny Begin, pensano che quei colloqui non serviranno a niente. In compenso, essi permetterebbero a ministri come Yair Lapid e Tzipi Livni di giustificare la loro permanenza nella coalizione”.

Secondo fonti diplomatiche occidentali citate dal quotidiano israeliano Ma’ariv, Netanyahu sarebbe disposto a scarcerare dei detenuti palestinesi la cui sentenza di condanna risale a prima degli accordi di Oslo, e a congelare formalmente le attività edilizie ebraiche in Cisgiordania ad eccezione dei principali blocchi di insediamenti (destinati a restare israeliani), come “gesti di buona volontà” per aiutare la ripersa del processo di pace. In cambio Abu Mazen lascerebbe cadere la pregiudiziale relativa al riconoscimento delle linee pre-’67.

Ma il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat, intervistato da radio Galei Tzahal, ha smentito qualunque cambiamento di approccio ribadendo che la volontà palestinese di riavviare colloqui di pace con Israele dipende dall’impegno di Israele a fermare le costruzioni negli insediamenti, a scarcerare detenuti palestinesi e ad accettare la soluzione a due stati sulle linee pre-’67. “Questa non è una precondizione – ha detto Erekat – ma la base per la soluzione a due stati: se cade questa, cade la soluzione a due stati”.

Pur sottolineando che i palestinesi desiderano il successo della missione di Kerry, Erekat ha detto che i negoziati avranno inizio “nel momento in cui il primo ministro israeliano si dichiarerà d’accordo su un’agenda che preveda l’obiettivo di creare due stati sulla base delle linee del 1967”. Erekat ha rimarcato che il presidente palestinese Abu Mazen non ha rinunciato alla richiesta che Israele si ritiri sulle linee del 1967 e che ogni diversa affermazione è frutto “della manipolazione israeliana”.

“In definitiva – conclude Margalit su Israel HaYom – si possono vedere questi colloqui nel quadro di quella che il ministro della difesa Moshe Ya’alon definisce la necessità di una gestione a lungo termine della crisi dal momento che, nel futuro immediato, il conflitto è irrisolvibile. Ma si può star certi che i palestinesi avranno la meglio nel gioco delle attribuzioni di colpa, giacché godono di un sostegno più ampio e preconcetto nei mass-media internazionali, così come nell’establishment e nel mondo accademico occidentale”.

(Da: Israel HaYom, Jerusalem Post, 25.6.13)