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La crisi economica italiana. Soluzioni e cause

Molti, reputati commentatori fino ad ieri “correttamente” schierati, si stanno interrogando oggi sull’impatto di questa Europa, e delle sue istituzioni, nella indicazione dei rimedi alla crisi corrente, tanto da avanzare il fermo dubbio che le proposte europee possano esserne non la soluzione, ma la causa stessa.
Finalmente – diciamo noi, indicando lo stretto parallelismo tra i burocrati europei e quelli al governo in Italia – sta avanzando l’ipotesi che non attribuisce più virtù taumaturgiche a quello che viene deciso dalla burocrazia assurta a comparto politico di Bruxelles, anzi pare che si stia piuttosto facendo strada la convinzione che troppi controlli, vincoli, direttive ed eccessi di burocrazia comunitaria, invece di aiutare lo sviluppo, appesantiscono le procedure e oggi sono additati come maggiori responsabili dell’aggravamento della crisi.

L’Europa evocatrice dei “pochi fantasmi belli” delle tentazioni dell’occidente di Malraux quindi vacilla, perde valore e non appare più come la panacea, la cura miracolosa ai mali della società contemporanea quanto piuttosto la possibile aggravante del fallimento delle soluzioni indicate, quindi “la cornice spezzata del suo presente”….

La Banca centrale europea, ad esempio, è la maggiore indiziata dell’acuirsi della crisi e del fallimento degli Stati-Nazione. Implicitamente perché impedisce loro di costruirsi la moneta e impone quella artificiale che Lei stessa produce, esplicitamente perché anziché dare i soldi direttamente agli Stati, foraggia soltanto gli istituti bancari, per di più ultimamente al tasso ridicolo dell’1%, favorendo così ogni speculazione finanziaria e soffocando le disponibilità della gente al consumo.

Così in pochi mesi le banche europee, grazie al maxi-prestito ottenuto dalla BCE, hanno acquistato titoli di Stato per ben 250 miliardi di euro, acquisendo una plus-valenza del 13% soltanto per fare finanza, giocare nelle borse mondiali dei capitali senza fare affluire quei fondi ai bisogni delle imprese e dei cittadini e in pratica impedendo la messa in funzione del circuito forzoso certo, ma fino ad oggi consolidato dell’occupazione e dei consumi e incitando l’evasione dalle tasse.

L’Italia è al primo posto in Europa in quanto ad evasione fiscale. E ci riferiamo sia al paninaro che alla grande industria. Il mancato introito nelle casse dello Stato è pari a 180 miliardi di euro l’anno, con una disoccupazione del paese al 9,3% e con un sistema pensionistico ormai alla confusione tra esodati, licenziati, liquidati e miracolati. In Italia i salari sono la metà rispetto a quelli della Germania e sempre più bassi rispetto a quelli del resto del continente, mentre le tariffe sono assolutamente le più alte d’Europa.

Ci sarebbe bisogno di tagliare i costi dello Stato e di incentivare la produzione e di fare ripartire i consumi, ma di fronte ad un panorama quotidiano raccapricciante, il governo dei professori inutili, nel nome dell’equità e della ripresa, tassa il tassabile, penalizza i pensionati, si accanisce soltanto sui lavoratori e sui precari mantenendo inalterate le forme dei contratti in entrata, manomettendo l’art 18 per facilitare i licenziamenti in uscita e smantellando il sistema di ammortizzatori e tutele sociali che avevano evitato fino ad oggi il fallimento delle famiglie e, Dulcis in fundo, inserendo, come prescrive l’Europa delle banche e dei capitali, non dei cittadini, il pareggio di bilancio nella Costituzione.

Monti, arrivato al potere grazie al colpo di mano del comunista del Colle e all’incapacità politica e alle fisime “brancatiane” di Berlusconi, sta dimostrando chiaramente di perseguire il chiaro progetto del regolamento dei conti al servizio del grande capitale, delle banche e delle multinazionali e sta riportando lo Stato sociale e quella sua legislazione di equità raggiunte con difficili compromessi, indietro agli anni ’70, affossando i diritti acquisiti dei lavoratori e la solidarietà nazionale necessaria, tanto che oggi appare oltremodo opportuno che Monti se ne vada a casa.

Saremmo anche disponibili (pensate!) ad una classe dirigente incapace, ladrona ed arruffona, in definitiva interprete dell’anima stessa nazionale, pronta all’intrigo, al compromesso e al baratto, piuttosto che questa casta di tecnici e professori a cui non è parso vero di essere paracadutati nelle stanze del potere così inopinatamente e senza merito e così pervicaci a colpire la gente con lo scopo non più così nascosto di dare origine ad una “ormai” terza repubblica ispirata e regolamentata solo sul profitto, sugli interessi particolari delle Banche e dei pochi, magari quelle decine di persone più ricche d’Italia che guadagnano, da sole, quanto i 3 milioni di nostri connazionali più poveri contro i quali si accanisce sempre più questo governo di professori e di tecnici in un preoccupante deficit di democrazia.

Eugenio Preta