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Tesoro Ciancimino. 120 giorni di qui alla verità.

Il Gip di Palermo, Piergiorgio Morosini, respinge la richiesta di archiviazione della Dda di Palermo, Sava e Buzzolani,  nei confronti di Massimo Ciancimino, per il reato di riciclaggio del Tesoro di Ciancimino in Romania e da l’out out alla Procura di Palermo, Ingroia e di Matteo, per scoprire la verità.

Dopo mesi di silenzio mediatico e giudiziario ecco ritornare l’argomento del tesoro di Ciancimino all’ordine del giorno. La ribalta è del Gip del Tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini. Il 15 aprile scorso, il Gip ha rigettato la richiesta di archiviazione,  avanzata dalle due procuratrice della DDA di Palermo, Roberta Buzzolani e Lia Sava, con la quale si proponeva la parola fine alle indagini investigative estere per il tesoro di Ciancimino in Romania, a Bucarest, nella società proprietaria della discarica più grande d’Europa, per il reato di riciclaggio e intestazione fittizia di beni, a carico di Massimo Ciancimino e dell’avvocato storico dei Ciancimino: Giorgio Ghiron.    Questa decisione del Gip a ben vedere si intreccia con altri due procedimento penali pendenti.  Il primo è quello pendente presso il tribunale di Caltanissetta per le indagini sulle stragi Falcone Borsellino e l’altro è quello pendente dinanzi alle misure di prevenzione, giudice Silvana Saguto, del Tribunale di  Palermo dinanzi che si sta occupando della confisca della quota Gas intestata a Lapis  e ricondotta al tesoro di Ciancimino nella GAS.   Però per capire meglio dobbiamo fare un passo indietro.

Il sequestro delle società rumene della holding Sirco spa. Ricorderete di avere letto, appena lo scorso giugno 2011, come un’altra tegola giudiziaria , si fosse abbattuta sul capo di Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo don Vito, allora in carcere con l’accusa di calunnia aggravata nei confronti di Gianni De Gennaro e di detenzione di esplosivo.   La tegola era stata lanciata dalla sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo presieduta dal giudice  Silvana Saguto che aveva depositato un provvedimento di sequestro per tre imprese di diritto rumeno che facevano capo alla Sirco spa, azienda già confiscata alla famiglia Lapis perché ritenuta dei Ciancimino e  amministrata  giudiziariamente dall’avvocato Gaetano Cappellano Seminara.  Nella Sirco spa azionisti erano i Campodonico e l’avvocato Gianni Lapis,  quest’ultimo, ritenuto prestanome di Don Vito, condannato per riciclaggio insieme allo stesso Ciancimino nell’ambito della famosa inchiesta sul Tesoro.  In pratica si è proceduto a sequestrare una parte importante del tesoro dell’ex sindaco che il figlio, con l’aiuto del prof. lapis,  avrebbe riciclato in Romania: in totale 300 milioni.

Il provvedimento del Tribunale delle misure di prevenzione . Il provvedimento dei giudici palermitani, che intervenne in autonomia e – da sottolineare – non su richiesta della procura antimafia del capoluogo palermitano che solo recentemente sta provando a dare –un diverso e più coerente – impulso alle indagini, era stato depositato il precedente 26 maggio 2011 e contemporaneamente era partita la rogatoria trattandosi di aziende che hanno sede in Romania.  Si tratta delle società  Agenda 21 Sa, dell’Alzalea e soprattutto di Ecorec, l’azienda proprietaria della più grande discarica d’Europa a Gline nel comune di Bucarest, estesa su 114 ettari e in grado di accogliere rifiuti per 47,6 milioni di metri cubi e che considerando una tariffa media di cinque euro (in Italia in media la tariffa è di 70 euro a metro cubo) che potrebbe garantire un fatturato totale di 238 milioni. Bisogna dire che i Ciancimino e il Prof. Gianni lapis le operazioni finanziarie le hanno sapute fare – alle grande – ;  dalla Gas gasdotti, venduta agli spagnoli della Gas Natural per 120 milioni di euro, alla Ecorec di Bucarest del valore di 300 milioni di euro.  Secondo Il giudice  delle misure Silvana Saguto – sulla base di un rapporto della Guardia di finanza consegnato ai magistrati della procura antimafia il 26 aprile del 2009 all’ufficio guidato da Francesco Messineo – Massimo Ciancimino e Gianni Lapis,  sarebbero rimasti i veri titolari delle aziende solo formalmente partecipate da altri.  Altri come Raffaele Valente, fittizio proprietario di Palazzo Pepoli a Bologna in cui abita la famiglia di Massimo Ciancimino e in contatto con Francesco Martello già condannato per mafia, e ancora i fratelli Sergio e Giuseppe Pileri, e la messinese Santa Sidoti, moglie del faccendiere Romano Tronci già coinvolto nell’inchiesta sul riciclaggio a carico dei Ciancimino e che è stato ed è consulente delle società sequestrate, e ancora il rumeno Viktor Dombroskj, direttore generale e azionista di Ecorec.

L’arte finanziaria del prof. Lapis : svuotare l’Agenda 21. Tutto  per togliere di mano la Agenda 21 all’amministratore giudiziario. Infatti grazie a un’azione, che ha sicuramente un’abile regia, i soggetti (secondo la Gdf  in contatto costante con Ciancimino junior), non potendo acquistare Agenda 21 per le via delle resistenze dell’amministratore giudiziario,  puntano a svuotare completamente la Sirco spa ormai in mano allo Stato per via del sequestro, togliendole il braccio operativo in Romania, Agenda 21 appunto: Dombrowskj  (ma chi è costui? E da dove viene fuori? E quali sono i suoi veri rapporti con lapis e con Massimo Ciancimino?) emette un titolo di credito di un milione nei confronti di Ecorec di cui è direttore generale ed è garantito da un avallo di Agenda 21 a firma dell’amministratore Sergio Pileri. Di fronte al mancato rimborso Dombrowskj non agisce contro il debitore (Ecorec) ma contro Agenda 21 che aveva avallato il titolo di credito e provvede a pignorare la partecipazione di Agenda 21 in Ecorec (l’82% del capitale). Ed è sempre Dombrowskj a proporre l’incanto della partecipazione pignorata: sarà il fidato Raffaele Valente, che è anche amico dell’Ing. Tronci e prestanome di Ciancimino junior, attraverso la sua Alzalea, ad aggiudicarsi l’asta e da quel momento Agenda 21 resta una scatola vuota (ovvero il suo contenuto ripassa a mani Ciancimino diremo noi). Le ulteriori azioni degli amministratori di Agenda 21 hanno portato alla messa in liquidazione della società.  Il rapporto della Guardia di finanza ricostruisce, quindi, in modo dettagliato tutti gli intrecci societari tra gli amici di Ciancimino e l’attività del tributarista Lapis: prima ancora infatti era stato fatto un aumento di capitale di Agenda 21 poi non sottoscritto da Sirco (che pure era socio finanziatore e ha erogato ad Agenda 21 oltre 15,6 milioni) per 3.500 euro consentendo ad Agenzia Obiettivo Lavoro dei fratelli Pileri di diventarne di fatto il socio con la partecipazione maggiore. Il progetto di svuotare Sirco della partecipazione in Agenda 21 era stato messo in atto subito dopo il sequestro di Sirco da parte dell’autorità giudiziaria nel 2005 e che i Lapis potessero avere interesse in Agenda 21 sarebbe dimostrato, anche secondo la Guardia di finanza che riporta una memoria dell’amministratore giudiziario, dal via libera dato dalla figlia di Lapis, Mariangela, socia di Sirco a utilizzare 1,8 milioni da un suo conto personale per completare l’importo di 2,9 milioni in favore di Agenda 21 a completamento dei circa 20 milioni anticipati. Del resto i progetti per Agenda 21 erano di rilievo: oltre alla discarica di Gline a Bucarest aveva partecipazioni in Ecologica Sa (gestione discarica di Baicoi), Salub Sa (raccolta rifiuti a Ploiesti), Ageim Srl (gestione immobili), Ecologica Mures (gestione discarica a Targu Mures).  

Tra la strage falcone Borsellino e la piu’ grande discarica in Romania.  Il Gip Morosini ha quindi contestato la certezza della Procura di non avere potuto acquisire «elementi sufficienti per sostenere l’accusa in giudizio», Infatti il Gip  Morosini chiede alla Procura di non ignorare «una nota della procura di Caltanissetta, riguardante le indagini sulla strage di via D’Amelio» né «l’esito di una perquisizione effettuata a Milano, in via viale Umbria 54, negli uffici di Santa Sidoti», definita «collaboratrice di Massimo Ciancimino, (…) moglie di Romano Tronci Romano, già coinvolto in altre inchieste per riciclaggio dove figura lo stesso Ciancimino e di cui è stato consulente delle società sequestrate…». Ma cosa ci sarebbe scritto in questa nota della procura di Caltanissetta? Ecco tornare in ballo la strage Falcone Borsellino?. La messinese Santa Sidoti, moglie del faccendiere Romano Tronci, scrive: «L’argomento è sempre la strage Falcone-Borsellino legata alla più grossa azienda ecologica in Romania». Questa la frase, sibillina e di difficile interpretazione, che avrebbe fatto sussultare gli investigatori  e in particolare gli uomini della direzione investigativa antimafia di Caltanissetta che hanno eseguito il sequestro di atti al civico n. 54 di viale Umbria a Milano dove si trovano gli uffici della messinese Santa Sidoti, collaboratrice di Massimo Ciancimino moglie del faccendiere Romano Tronci.  Anche tale materiale probatorio è quindi diventato un passaggio del provvedimento di rigetto dell’archiviazione del Gip Morosini depositato il 15 aprile.  La frase riportata (sicuramente inquietante) è un passaggio di una lettera, scritta probabilmente nel 2007 sul computer di Santa Sidoti sequestrato, e indirizzata a dott. Ribolla e prof. Ferro, due amministratori giudiziari che a quel tempo si occupavano del patrimonio sequestrato ai Ciancimino e ai loro prestanome (in particolare il tributarista Gianni Lapis cui la missiva è inviata per conoscenza e l’avvocato Giorgio Ghiron poi condannati insieme alla mamma di Ciancimino e allo stesso Massimo per riciclaggio e intestazione fittizia) e in particolare della Sirco e del Gruppo Gas. Nella lettera, la Sidoti affronta le vicende della società Agenda 21 che controlla discariche e centri di raccolta in Romania, i rapporti di quest’ultima con la Sirco (sequestrata nell’ambito del precedente procedimento penale), con la società Alzalea e con la società Ecorec. Quello stesso compendio societario che la sezione misure di prevenzione patrimoniale del Tribunale di Palermo guidata da Silvana Saguto ha quindi sequestrato sulla base di quel corposo rapporto redatto dalla Guardia di Finanza non adeguatamente apprezzato dalla procura di Palermo. 

Il Palazzo di Giustizia di Palermo con due pesi e due misure .  Infatti, nello stesso Palazzo di Giustizia,  mentre i magistrati della sezione misure di prevenzione lavoravano per arrivare al sequestro delle società (eseguito nella parte italiana ma in attesa di diventare efficace in Romania dove Agenda 21 controlla la più grande discarica di rifiuti di tutta Europa) i magistrati della Procura antimafia dello stesso palazzo – Buzzolani e Sava – preparavano le carte per chiedere l’archiviazione dell’accusa di riciclaggio per Massimo Ciancimino e per l’avvocato Ghiron. La richiesta di archiviazione presentata il 15 aprile dell’anno scorso ( 2011) si basa sulla base di queste considerazioni: «Le indagini oggetto del presente procedimento penale relative ad ulteriori ipotesi di riciclaggio di beni e somme di denaro di provenienza illecita commesse dagli indagati anche all’estero – si legge nella richiesta di archiviazione – non hanno consentito di acquisire elementi sufficienti per sostenere l’accusa in giudizio con riferimento alle ipotesi di reato contestate». La questione non merita ulteriore commento perché evidente nella sua dislessia giudiziaria.  Anche perché, a ben leggere il provvedimento di prevenzione del giudice Saguto che dispone il sequestro delle imprese che controllano gli affari rumeni, il Gip Morosini vi scopre che invece di elementi per continuare a indagare ve ne sono, ed anche parecchi: «Emergono spunti significativi in ordine a possibili operazioni di riciclaggio di denaro di illecita provenienza da parte di Massimo Ciancimino, peraltro ancora in atto. Tali operazioni potrebbero scaturire proprio dall’investimento di somme derivanti dal patrimonio accumulato da Vito Ciancimino, denaro ereditato dal figlio Massimo e gestito per suo conto da professionisti». Il magistrato indica con chiarezza la via (anzi le vie) su cui è necessario proseguire per approfondire le vicende: «Il tema di indagine che si configura attiene principalmente ma non solo ai collegamenti diretti e indiretti fra Massimo Ciancimino e Raffaele Valente, tra Gianni Lapis e Valente, tra  Ciancimino e i fratelli Pileri (Sergio e Giuseppe), tra Ciancimino e Pietro Campodonico, tra Ciancimino e alcuni soci rumeni, nonché alle attività e alle connessioni dinamiche tra le società Agenda 21, Ecorec e Alzalea, soprattutto in riferimento agli interessi economico-finanziari in Romania nei settori dello smaltimento dei rifiuti e dell’acquisto di materiali quali l’alluminio». Tutti i personaggi citati dal gip (cui si aggiunge il rumeno Viktor Dombroskj, direttore generale e azionista di Ecorec che controlla direttamente la discarica) compaiono nel rapporto che la Guardia di finanza ha redatto nel 2009,  sottolineando quanto l’affare della discarica sia grosso e importante. L’ipotesi di riciclaggio a carico di Massimo Ciancimino è relativa alla circostanza che avrebbe riciclato in Romania almeno 300 milioni e che per farlo si sarebbe avvalso della collaborazione del proprio fratello Roberto e dei fratelli Pileri, Sergio e Giuseppe, «soggetti in grado di gestire alcune società in un complesso gioco di scatole cinesi per aggirare provvedimenti ablativi e cautelari in danno dello Stato» si legge nel provvedimento del Gip. E ancora il Gip scrive e sottolinea come l’informativa della Guardia di finanza «non  è stata prodotta nel presente procedimento dalla procura della Repubblica (ancorché menzionata in una nota dei pubblici ministeri Lia Sava e Dario Scaletta e datata 13 giugno 2011, depositata in data 31 gennaio 2012 presso la cancelleria di questo giudice per le indagini preliminari)».  Insomma, pare proprio di capire  che alcuni dei magistrati antimafia di Palermo avevano in  mano le prove sul megariciclaggio di Ciancimino ma hanno sostenuto il contrario chiedendo l’archiviazione. 

Indagini miopi e deficitarie?. Questo rende nuovamente attuale la vicenda delle denunce, esposte  alla procura di Caltanissetta prima e a quella di Catania poi, di una temeraria avvocatessa palermitana, Giovanna Livreri, ex legale della Gas che denunciò (ricevendone in contropartita solo gravi danni d’immagine e giudiziari anche attuali), per  accertamenti su evidenti  “deficienze e sperequazioni  investigative” sulla vicenda del Tesoro Ciancimino nella GAS, il vecchio pool investigativo di Palermo sul Tesoro di Ciancimino, tra cui le due procuratrici di cui alla richiesta di archiviazione rigettata dal Gip Morosini.  Forse l’avvocatessa di Palermo, novella inaudita Cassandra,  aveva  osato troppo venendone punita. D’altronde lupo non ha mai mangiato lupo.   In ogni caso,  la circostanza per cui nell’edificio in cui si trova la sezione misure di prevenzione le prove sul riciclaggio di Ciancimino del Tesoro del padre  appaiono chiare;  mentre nell’edificio in cui si trova la Procura della DDA le prove non sembrano esserci  rende, con evidenza, inquietante la gestione giudiziaria del caso del tesoro di Ciancimino e  merito alla discovery all’ex legale della Gas.   

Massimo e compagni conoscevano informative riservate?.  Altra questione misteriosa  emersa nel provvedimento del Gip Morosini è quella che riguarda “la perfetta conoscenza da parte dei protagonisti di questa vicenda di fatti e circostanze coperte dal segreto istruttorio”. Così scrive il Gip: «Nelle conversazioni intercettate – scrive il gip – i vari interlocutori fanno riferimento a vicende istituzionali non solo italiane che dovrebbero essere coperte dallo stretto riserbo, dimostrando di conoscere anche nei dettagli ad esempio le dinamiche interne alla magistratura siciliana e l’andamento di inchieste che dovrebbero essere coperte da segreto, nonché gli equilibri e i rapporti in ambienti politici o apparati di sicurezza addetti, tra l’altro, al controllo di legalità di importanti operazioni economico-finanziarie». E questo sembra un ulteriore filone di indagine in una storia che è ancora tutta da raccontare. 

120 giorni per fare chiarezza sulla verità partendo dalla vendita del 13 gennaio 2004  della Gas Gasdotti alla spagnola Gas Natural.  Ora forse si comprende meglio perché il provvedimento del  15 aprile 2012 del Gip Piergiorgio Morosini,  di respingere  la richiesta di archiviazione del precedente 15 aprile 2011, nella sua  eclatante motivazione,  è destinata ad alimentare polemiche.  Infatti il Gip, a partire dal 16 aprile scorso, giorno del deposito del provvedimento in cancelleria, ha dato quattro mesi- 120 giorni –  di tempo alla Procura rappresentata dai Procuratori Ingroia e Di Matteo, per  << ricominciare ad indagare e formulare nuove ipotesi di reato partendo dall’accredito di quasi 20 milioni di euro, effettuato il 13 gennaio 2004,  sul conto corrente svizzero “Mignon”, da parte del professore Gianni Lapis in favore dell’avvocato Giorgio Ghiron e dello stesso Ciancimino, in concomitanza con la vendita del Gruppo Gas alla società spagnola “Gas Natural”.>> .  

Lo sfondo della nuova indagine e le prospettive. Lo sfondo  quindi è sempre quello del «Tesoro» accumulato da don Vito Ciancimino nella Gas di Lapis e Brancato. La novità è che  questa volta, che sembra quella decisiva, la Procura, su imput del giudice e nel suo nuovo corso investigativo, oltre a guardare ai soliti noti guardi a tutta la compagine della Gas gasdotti, senza sconti a nessuno, e oltre ai paesi dell’Est, butti anche un’ occhio ad ovest, verso la Spagna, dove potrebbe trovare altre sorprese.

Virginia di Leo