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Dracma e sirtaki. Ovvero, quando l’economia sospende la democrazia ….

grecia [1]La Grecia sta pagando oggi a caro prezzo l’orgia consumistica, la sua voglia di apparire, l’incapacità dei suoi governanti, abili persino a barare sui conti pubblici con la complicità delle agenzie di rating, ma soprattutto la follia europea di una moneta uguale per tutti, senza le dovute politiche comuni di coesione e di supporto.

Sembra quasi una vendetta del nord contro il sud, due mondi dicotomici che si studiano e si scimmiottano, da una parte come succede ai paesi del sud, l’entusiasmo e la passione, la Grecia che, con le sue esagerazioni, accende il disprezzo dei freddi nordici che tutto riescono a programmare, persino le ore dello sballo e dell’orgasmo, e si attira la necessaria punizione dopo gli eccessi e la sfrenatezza della sua politica economica che l’ha portata alla bancarotta.

Ma non è un caso. Niente avviene per caso, tutto si inquadra nel nuovo modello di governo, tecnocrazia al posto della politica, che si tenta di instaurare: in Italia la politica incapace ha abdicato i suoi poteri a favore di banchieri lontani dagli interessi e dalle aspirazioni dei cittadini, grazie alla prosopopea arrivata alla guida del paese, in verità politicanti bolliti nominati e mai eletti, grazie al colpevole defilarsi di Berlusconi che pure aveva vinto le elezioni politiche. Massoni e logge bancarie guidano ormai il Paese e cercano sempre di allontanare il fantasma delle elezioni utili, consapevoli della rabbia montante dei cittadini che, se consultati, metterebbero fine al loro bengodi e al controsenso di una politica attuata ora da oligarchi, tutti in conflitto di potere e non uno solo, come succedeva prima.

E l’Italia, senza dignità, si mette in riga, sospende la democrazia, come l’alunno volenteroso prende appunti e manda un grigio signore a rappresentarla in giro per il mondo, sempre obbediente e sussiegoso ai voleri di bande massoniche come le agenzie di rating e logge bancarie come il club Bildenberg.

In Europa, dove le agenzie di rating americane si sostituiscono ai governi e vengono abilitate a stilare speciali classifiche di affidabilità degli stati (… cose e’ pazzi) e determinare così una gerarchia dei poteri (delle banche pero’, a seconda dell’indice dei titoli di stato virtuosi detenuti) si passa al tritacarne la sovranità dei singoli stati nazione, la legittimità dei governi eletti dai cittadini e ci si azzarda nel rischio della colpevole, anche se sospetta, insolvenza finanziaria.

Così in Grecia, dove un governo che comprende persino il Laos, un partito che dalla destra si è spostato al centrosinistra (Fini, il cattivo esempio italico da esportazione) si impegna ad obbedire alle ingiunzioni di creditori come Merkel e Sarkozy, sotto l’egida dell’Unione europea, della Banca europea e del Fondo monetario, soldi, soldi e solo soldi, in pratica assassinando l’avvenire e il possibile futuro di quel popolo, pronti poi a non ritenersi soddisfatti delle misure di assoluta tirannia finanziaria imposte al popolo greco e come capricciosi amanti, reiterare accuse e sentenze di condanna pur di non concedere gli aiuti promessi.

Noi stiamo con il popolo greco, quello che occupa piazza Sintagma, quello che non accetta gli imperativi di Merkel e Sarkozy e della cosiddetta Unione europea, quello che non riconosce il potere della Banca centrale, quello che chiede lavoro e non assistenzialismo, quello che si sveglia rabbioso dopo le orge consumistiche della casta, quello che non si può sentire rappresentato da saltimbanchi come Karazaferis, Samaras o Papademos, quello che ai banchieri preferisce i politici veri come Spiro Statopoulos, quello che alza la testa e si ribella, eppure quello che ancora può specchiarsi nel suo mare azzurro costellato di isole, nel suo Peloponneso di verdi ulivi, nelle rocce del suo Partenone ancora depredato dagli inglesi, quello che non accetta di abbassarsi gli stipendi senza che il costo della vita o, peggio, il prezzo della politica facciano altrettanto, quello che non ha portato all’estero i suoi soldi, quello che combatte sulle piazze per salvaguardare la sovranità del suo Stato e per difendersi dall’occupazione subdola di quelli che credeva alleati solidali.

Noi stiamo con un popolo che non ha accettato che l’Europa franco-tedesca mettesse al bando un partito al governo legittimo del Paese soltanto perché aveva ritenuto bene dover consultare la gente sulle misure capestro che gli venivano imposte per salvare le banche e la massa dei fondi speculativi che Francia e Germania avevano stupidamente dispiegato sulle banche greche. Noi stiamo con il popolo delle instarei e dei pope, i preti che, non fanno politica come i vescovi italiani, ma soltanto amministrano il culto, e aiutano le famiglie nelle incombenze quotidiane più umili, noi stiamo con Leonida e con quel popolo delle Termopili, della scienza politica, della filosofia e anche dell’identità e del sirtaki

Peraltro conosciamo bene il funzionamento delle Istituzioni che oggi si ergono a giudici e che hanno soppiantato lo stato nazione nella conduzione delle sovranità che erano sua precipua prerogativa. Abbiamo sempre diffidato della Commissione, un esecutivo europeo fittizio, distante da una democrazia richiamata soltanto a parole, nominato e non eletto quindi distante dal popolo e piuttosto vicino e figlio del palazzo.

Conosciamo le discrasie tra Consiglio e Commissione, superate soltanto quando uno di essi si allea fittiziamente con un Parlamento europeo degli sprechi e senza poteri che ha pensato bene di organizzarsi in ospizio per politici suonati, profumatamente retribuiti, piuttosto che in assemblea dove si possano discutere i reali bisogni della gente. E non possiamo mai accettare che queste istituzioni fasulle possano diventare valori di riferimento democratico, soppiantare il volere del popolo e sostituirne le sovranità specifiche

Abbiamo sempre cercato di mettere in guardia sul pericolo di una costruzione europea delle merci e dei mercati, un’area esclusivamente di liberissimo scambio, al di là del cittadino, anche se si tenta a pié sospinto di coinvolgerlo solo per estirparne consenso, con elezioni inutili e fasulle. Una costruzione europea che, in tempi di vacche grasse va pure bene a tutti, ma che al contrario, in tempi di crisi, si accanisce contro i più deboli fino a pretenderne persino la cancellazione.

Rivisitando Paul Valery, se ” Europa oggi evoca pochi fantasmi belli e il suo presente non ci attira più che i vetri rotti del suo passato,” ci spaventa l’Unione che invece di essere solidale e intervenire nel momento del bisogno, affossa un suo stato membro e lo obbliga a un suicidio socio-economico in nome degli interessi di pochi, forse solo due, accampando scuse di bancarotta, di allegra finanza, di fallimento dello Stato.

A L’ALTRA SICILIA siamo convinti che molti sarebbero potuti essere i modi per porre freno alla crisi economica e politica della Grecia.

Innanzitutto non consegnando il Paese ai banchieri tecnocrati di provenienza BCE ma convocando subito libere elezioni che sarebbero servite a fare piazza pulita dei vari Venezelos, Papademos e Karazaferis, riconducendo alla guida della Grecia una nuova classe politica che avrebbe potuto operare per salvaguardare il futuro del Paese senza imposizioni straniere; quindi ritornando alla vecchia dracma con il pericolo certo della svalutazione della moneta ellenica, ma lasciando sicuramente aperta la possibilità, attraverso il deprezzamento, di dimezzare il debito fomentato dagli interessi speculativi delle banche franco-tedesche, sempre tenendo conto che fino a qualche anno fa il debito greco era “solo” di 30 miliardi di euro, volutamente lasciati crescere dopo avere comprato quei debiti a prezzi sottostimati da parte delle Banche tedesche e ancora di più francesi.

Poi, se l’Europa solidale avesse veramente voluto fare prova di benevolenza nei confronti della Grecia, un partner paritario, senza lasciare sempre spazio esclusivamente ai primi della classe, non avrebbe dovuto far altro che intervenire con le stesse misure proposte nei confronti dei paesi emergenti che avevano, loro sì, problemi di inflazione e bancarotta: la cancellazione del debito. L’Unione europea (sic) lo ha fatto in passato per Paesi concorrenti nell’area geopolitica e finanziaria, perché non avrebbe potuto farlo oggi, anche per un paese membro della stessa Unione, attualmente stretto nella morsa della speculazione bancaria internazionale?

Eugenio Preta