L’attacco aereo degli USA alla guarnigione militare pakistana a Salala all’Agenzia Mohmand sul confine afghano-pakistano di Venerdì scorso appare come la mossa azzardata di una partita a scacchi che gli americani stanno giocando in Afghanistan messa in atto per dare al Pakistan un solenne schiaffo d’avvertimento.
In questo nodo gli USA intendono dire alla frastagliata leadership pakistana, o seguite le nostre indicazioni e disposizioni, oppure sarete puniti.
Formalmente si tratta di un errore, tragico, che sarà seguito sempre formalmente, da una protesta del debolissimo presidente pakistano che, come Berlusconi in Italia, ha credibilità zero sia in patria che all’estero, ma, fa comodo agli USA.
Difficile poter immagine cosa può succedere nei prossimi giorni e nelle prossime settimane anche perché, dopo la defenestrazione di Musharraf, voluta ed appoggiata dagli USA, il Pakistan dopo decenni si trova senza una leadership che riesca a tenere sotto controllo la frastagliata società pakistana e i diversi gruppi di potere.
Ciò che appare più grave in questo contesto storico è la perdita di potere dell’esercito, vero ed incontrastato punto di riferimento politico ed economico del paese, e della perduta credibilità operativa e di potere di quello che appariva il gioiello dell’intelligence: l’ISI.
La protesta pakistana alla NATO presentata dopo l’attacco è apparsa poco più che un atto dovuto, così, tanto per gli archivi.
La confusione e la pochezza politica pakistana appare ancora più evidente ove si osserva che il GHQ (l’equivalente del nostro Stato Maggiore della Difesa) ha raccomandato una serie di misure per una risposta efficace …
Raccomandazione, impensabile fino a qualche anno fa, consigliata dal DDC (Commissione del Consiglio de Ministri), la dice lunga sulla confusione che regna a Islamabad.
Nel frattempo, il DDC avrebbe chiesto alla NATO, tanto per fare “ammuino” di impedire il transito di mezzi militari lungo il confine afghano, chiesto (non imposto) agli Stati Uniti di lasciare base aerea di Shamsi entro 15 giorni ed infine, di ”rivedere” di “i programmi , attività e accordi di cooperazione “con gli Stati Uniti, la NATO e l’ISAF (International Security Assistance Force) di cui fa parte anche l’Italia.
Sembrerebbero misure per mettere fine ad una situazione di ambiguità grave e propedeutiche ad una cessazione della “presunta” collaborazione USA/NATO/Pakistana, ma nel paese asiatico, niente è certo, e oggi, più di ieri, quello che è impossibile la mattina, è certo e possibile la sera.
La chiusura del valico pakistano/afghano non avrà effetti immediati sulla logistica delle forze NATO e Usa in Afghanistan in quanto questi hanno costituito una buona riserva di armi, munizioni vettovagliamento, ma è evidente che se l’embargo imposto dai pakistani fosse serio e duraturo, allora le cose potrebbero seriamente essere compromesse perché oltre il 50% dei rifornimenti transita proprio dal Pakistan. .
La situazione è certamente complicata e ogni soluzione è possibile ma è chiaro alla confusione di poteri in Pakistan, si contrappone la pochezza degli interlocutori occidentali.
Via via si sono bruciati, Mike Mullen, che ha rassegnato le dimissioni di Capo Di Stato Maggiore delle forze straniere, Marc Grossman , rappresentante speciale che non è stato in grado di intervenire, David Preteus, capo della CIA, inviso a Islamabad e Leon Panetta, segretario alla difesa, sembra lontano dai fatti afgani e pakistani.
Un quadro desolante a cui si aggiunge l’incapacità di Hillary Clinton ad avere un ruolo chiave nei contatti con le gerarchie militari pakistane, e lo sguardo verso New Dheli di Barak Obama.
Un quadro desolante, un declino improvviso ma prevedibile, della diplomazia e una evidente incapacità operativa militare e di intelligence in una guerra che sta costando solo morti innocenti e ingenti capitali che potrebbero essere utilizzati in modo migliore.
L’Afghanistan, il nuovo Vietnam per gli americani, la Caporetto italiana e la Waterloo francese.
Commenti





