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FIAT Termini Imerese. La crisi nasce dalla vicina America dove ha sede …l’Aspen Institute

aspen [1]La Fiat ha preso tanto, ma  ha dato poco.

Lo stabilimento Fiat di Termini Imerese è stato chiuso, in anticipo e definitivamente, per decisione caparbia, quasi un puntiglio, di Fiat spa.

Una sorta di “soluzione finale” devastante per la vita di migliaia di operai e di tecnici e per l’intero comprensorio termitano, per la Sicilia dove, con questa nuova chiusura, si realizza un altro primato negativo: questa è, infatti, l’unica fabbrica automobilistica chiusa in Europa.

Ed è troppo comodo prendersela o scaricare soltanto con/su il “cattivo Ad col maglione” ossia con Marchionne che, per quanto ben pagato, è solo un manager a contratto.

Lo Stato, la politica, i cittadini di termini e di altri siti industriali conoscono Fiat spa che, in oltre mezzo secolo, ha usufruito di agevolazioni e di enormi finanziamenti pubblici.

E questa stessa Fiat che ha preso oggi dovrebbe dare il dovuto non abbandonando i lavoratori e le comunità alla disperazione, alla disoccupazione.  

Perciò, questa “unicità”, il nuovo primato negativo diventano insopportabili per la città e  per l’Isola la quale continua a sprofondare nell’abisso, mentre i governi stanno a guardare o si limitano a stendere pannicelli caldi sopra le sue mortali ferite.

In quell’area si potrebbe determinare una situazione sociale e ambientale davvero terribile, come ha avvertito anche il cardinale di Palermo.

 

Una lotta impari in cui i lavoratori sono stati lasciati soli e divisi

Insomma, un grande scandalo che, stranamente, non ha indignato nessuno dei cosiddetti “grandi giornalisti” del Nord e del Centro, solitamente con le orecchie e gli occhi puntati sulla Sicilia quando si tratta di fare moralismo a buon mercato e per conto terzi.

Evidentemente, ritengono che chiudere Termini sia un fatto normale, necessario, mentre assumere qualche precario in più al comune di Comitini sia uno scandalo nazionale, planetario.

Purtroppo, così vanno le cose da quando è stata dismessa, unilateralmente, la pratica della lotta di classe.

Sì, perché il problema centrale non è solo quello di risolvere le vertenze sulle garanzie da offrire ai  lavoratori in esubero, ma come si esce dall’attacco, durissimo e su vasta scala, che il padronato industriale e finanziario ha scatenato contro i diritti e i salari dei lavoratori.

Insomma, mentre alla gente è stato fatto il lavaggio di cervello sulla base dell’idea (falsa) del “crollo delle ideologie”, della fine della lotta di classe, ecc, dal fronte opposto, la lotta della classe padronale si è scatenata come non mai.

Una lotta impari in cui i lavoratori sono stati lasciati soli e divisi a tentare di difendere, a mani nude, i loro diritti e la loro dignità.

Mentre ai padroni sono stati forniti vecchi e nuovi strumenti politici e legislativi per condurre, con successo, il massacro sociale.

Dalle delocalizzazioni alle ristrutturazioni, dai licenziamenti al lavoro nero, dal precariato ai prepensionamenti, dalla cassa integrazione allo schiavismo degli immigrati, ecc. Scaricandone i costi sociali e finanziari sullo Stato e sulla società.

 

 

La classe operaia termitana ha difeso la sua fabbrica, i governi no

Ma torniamo a Termini Imerese, dove la caparbietà della Fiat e l’accondiscendenza dei governi hanno portato alla chiusura della fabbrica.

Perciò, l’esito di questa lotta non poteva che essere negativo. Tuttavia, la sconfitta non può essere addebitata alla classe operaia termitana che si è battuta per la sua fabbrica, generosamente, ma – prima di tutto- a quei sindacati che giocano a dividere i lavoratori, all’intero ceto politico e di governo, siciliano e nazionale.

In questi due anni è cambiato il mondo, ma non si è riusciti a far cambiare idea alla Fiat.

Forza di Marchionne o debolezza dei governi?

Non sono serviti i tanti “tavoli” organizzati fra Palermo, Roma e Torino.  

Questa chiusura certifica, dunque, l’impotenza dello Stato di fronte a un’impresa che ha succhiato enormi risorse finanziarie pubbliche e ricevuto patriottiche agevolazioni come quelle – ad esempio- per acquisire Alfa Romeo.

In quella occasione, la Fiat pretese ed ottenne dal potere pubblico condizioni di favore, anomale rispetto alle regole del mercato per tenere alla larga i concorrenti giapponesi.

Allora non furono invocate le regole della competitività, della concorrenza, come oggi è stato fatto per chiudere Termini Imerese. I tempi cambiano, si dirà. Ma sempre a loro favore.

 

Se la trattativa si fosse svolta all’Aspen Institute Italia…

Che cosa è successo per Termini? Si è sbagliato il percorso o la sede delle trattative?

Un interrogativo, quest’ultimo, che ne genera un altro: si poteva ottenere un esito migliore se la trattativa invece che al ministero, in via Veneto, si fosse svolta a Piazza Santi Apostoli, nella sede dell’Aspen Institute Italia?

Vi chiederete: cosa c’entri Termini con l’Aspen?

Direttamente, poco o nulla. Tuttavia, quest’ associazione privata, derivazione di una consorteria Usa, ha il privilegio di essere frequentata e diretta dai personaggi più influenti del Paese; uno dei vicepresidente è John Elkann, presidente di Fiat spa.

Oltre a lui, nella lista del Comitato esecutivo figurano imprenditori, autorità politiche e di governo, manager e banchieri di razza, rettori universitari, giornalisti di grido, dirigenti dei due più grandi partiti. Insomma, l’elite del potere economico e decisionale, al massimo livello di responsabilità.

Tutti insieme. Appassionatamente. Per fare che cosa?

Per altro, alcuni membri di tale Comitato sono stati chiamati ad occupare posti-chiave nel nuovo governo “tecnico”. A cominciare dal prof. Mario Monti che è Presidente del consiglio.

Pertanto, il dr. Elkann, che mai ha  incontrato una delegazione di operai termitani, incontra periodicamente i colleghi dell’ufficio di presidenza di Aspen che sono: Giulio Tremonti, presidente ed ex potente ministro dell’economia, e l’on. Enrico Letta, vice segretario del PD e nipote di Gianni, potentissimo uomo di fiducia di Berlusconi, anch’egli membro di quel esecutivo.

Sarà un caso o un puro combaciamento di nomi, fatto sta che diversi membri dell’esecutivo Aspen sono passati all’Esecutivo con la E maiuscola: Mario Monti, Corrado Passera e Lorenzo Ornaghi. Altri due (Giuliano Amato e Gianni Letta) non sono entrati solo perché stoppati dai veti incrociati tra PD e PdL.

 

La cooperazione per creare lavoro per i giovani e benessere per la nazione

Insomma, una bella compagnia che, fra le tante divagazioni in calendario, poteva prendersi la briga d’inserire all’odg di una delle sue “conviviali” anche la sacrosanta rivendicazione degli operai di Termini, magari suggerendo al collega dr. Elkann d’intervenire per far cambiare parere al suo  manager Marchionne.

Se non ci fossero riusciti, avrebbero potuto chiamare in aiuto altri potenti colleghi dell’esecutivo quali: Emma Marcegaglia, Fulvio Conti (Enel), Fedele Confalonieri (Mediaset), Franco Frattini, Romano Prodi, Cesare Romiti, Luigi Abete, ecc, ecc.

Non vogliamo enfatizzare il ruolo di Aspen Italia. Sappiamo benissimo che le dritte per il varo del governo “tecnico” provengono da ambienti moto più titolati.

Tuttavia, ritengo che, qualora la questione fosse stata presa in considerazione nessuno di questi signori avrebbe assunto le difese degli operai di Termini Imerese.

Domando finale: perché non cominciare a pensare, anche in Italia, a fabbriche senza padrone come si fa, da anni, in Argentina e con successo?

Quella esperienza, in un Paese che cresce a ritmi cinesi, dimostra che una fabbrica senza padrone può esistere e produrre anche di più, mentre senza i lavoratori, ovviamente, non può sopravvivere.

Nulla di catastrofico, di blasfemo: sarebbe soltanto una cooperativa a tutela dei diritti del lavoro, della produzione e del benessere della nazione.

Agostino Spataro