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La strage di Capaci e le sue vittime …

Ai cinque nomi tristemente noti potrebbe aggiungersene un sesto

LA STORIA

Sono trascorsi quasi venti anni. Era il 9 marzo del 1992 quando Maria Rosaria Maisano fu ritrovata morta all’interno della sua auto, una vecchia A112 azzurro scuro. Era nata a Piana degli Albanesi nell’agosto del 1957 e avrebbe compiuto 36 anni. Già, avrebbe… Perché, invece, in una strada periferica di Isola delle Femmine, un paese della provincia di Palermo, il suo tempo si fermò. Poco distante da lì e soli due mesi dopo – il 23 maggio – un altro paese darà il nome e il titolo ad altra cronaca, sanguinaria e ancora presente nella memoria di tutti noi: la strage di Capaci. In questo caso moriranno il giudice Giovanni Falcone insieme alla moglie, Francesca Morvillo, e i loro tre agenti di scorta. Vicini i luoghi – circa 200 metri in linea d’aria – vicini i tempi. Prima la Maisano poi Falcone. Ma quest’ultimo era un magistrato in prima linea. Già sfuggito ad un precedente attentato, noto come il fallito attentato dell’Addaura avvenuto il 21 giugno del 1989. Era un giudice temibile per la mafia. Per questo verrà eliminato. Maria Rosaria, invece, era una donna come tante, con una vita semplice trascorsa al fianco dell’anziana madre a Palermo, dove abitava. Non c’erano apparenti motivi per ucciderla né per accreditare altre ipotesi come la disgrazia o il suicidio. Non era ricca, non era famosa, non si metteva in mostra né frequentava il jet set. Era religiosa e seguiva un movimento spirituale chiamato Rinnovamento nello Spirito. Un dettaglio che, come vedremo dopo, potrebbe aver avuto un ruolo nella sua storia. Il suo corpo verrà ritrovato carbonizzato nella sua auto che inspiegabilmente ha preso fuoco mentre si trovava ferma in una stradina alla periferia di Isola delle Femmine. E il caso catalogato dapprima come suicidio e archiviato come tale nel ’94.

I SOSPETTI

Il corpo disteso – così fu trovato, sdraiato sul sedile anteriore, lato guida, che era reclinato – in una posizione di irragionevole rilassamento per una donna che è appena passata dall’inferno delle fiamme, ha lasciato vivo, indelebile e scottante, il sospetto. Scottanti le fiamme che hanno devastato il corpo di Rosaria, al punto da renderne difficile il riconoscimento. Di lei solo resti umani interamente carbonizzati. Il prodotto di una combustione ad altissima temperatura anche perché avvenuto in un breve lasso di tempo. Infatti, si sa che fino alle 11.45 di quel giorno, Maria Rosaria era ancora viva e incontrò due suoi conoscenti in una strada di Capaci con i quali si fermò a parlare. Alle 12.40 il suo corpo era già carbonizzato. Perché non provò a salvarsi? Perché non provò un’ultima reazione dettata dall’istinto di salvezza? E’ possibile rimanere inerti in un contesto come questo, una morte lenta e certamente dolorosa? Come nel decesso per annegamento, infatti, la mancanza di ossigeno dovuta alla combustione, è un evento che non può non spingere chiunque, suicida o non, ad un ultimo gesto disperato alla ricerca di un salvifico respiro. A meno che la donna non fosse già priva di sensi. Ma le condizioni del cadavere non permisero di accertare se venne tramortita prima d’essere data alle fiamme. I lati oscuri di questa storia ancora senza un finale, hanno indotto la famiglia della vittima a non rassegnarsi all’idea del suicidio. Che non si trovassero i colpevoli o il colpevole materiale. Così, quando nel 1995 a seguito di una riapertura del caso si arrivò alla conclusione che non fu suicidio ma ‘delitto ad opera di ignoti’, l’inspiegabile vicenda iniziò il suo cammino verso la verità. In questa circostanza, infatti, sebbene archiviato per la seconda volta, il caso arrivò ad una diversa conclusione. Delitto e non suicidio. Una bella differenza. Sostanziale. Per questo e per altri fatti emersi nel corso degli anni che seguirono il brutale assassinio, la Procura della Repubblica di Caltanissetta, l’anno scorso, sollecitata da una nuova istanza, ha deciso di riaprire il caso.

LE SINGOLARI CIRCOSTANZE

Ad occuparsene è il pm Gabriele Paci. Nella stessa Procura che indaga sulle stragi del ’92. Perché si è scoperto che i due fatti, l’attentato di Capaci e la morte della donna, si intrecciano e hanno diversi punti di congiunzione. In una trama che, col passar del tempo, si riscrive alla luce degli elementi scovati tra le carte dell’indagine. Forse la vittima conosceva il suo carnefice. Forse la donna è stata stordita prima d’esser data alle fiamme, e così si spiegherebbe lo stato in cui fu trovata all’interno dell’auto. Auto ancora in fiamme all’arrivo dei soccorritori in cui, però, non venne rinvenuto alcun oggetto o sostanza possibili cause dell’incendio. E nemmeno i resti del gatto della donna. Gatto che il giorno dell’omicidio avrebbe dovuto trovarsi all’interno dell’autovettura dato che Maria Rosaria era uscita nella tarda mattinata perché – come disse la sera prima alla madre – doveva andare dal veterinario il cui ambulatorio si trovava a Villagrazia di Carini. E dal veterinario andò. Ma, probabilmente, non lo trovò. Così fu presto di ritorno e, lungo la strada che la riportava a casa, incontrò la morte. In via Passaggio delle Rose. Nomen omen. Una morte sospetta inserita in un anno di stragi. A maggio Capaci e, solo due mesi dopo, a luglio, moriranno in via d’Amelio, a Palermo, Paolo Borsellino e i suoi cinque agenti di scorta. Anche lui magistrato, amico e collega di Falcone. Da allora tanti misteri e tanti dubbi ancora da dirimere.

GLI INTRECCI

Ma cosa collega l’omicidio della donna con la strage del 23 maggio? Le coincidenze. Si sa che Maria Rosaria, tra le sue conoscenze, aveva Antonino Gioè, mafioso ambiguo, personaggio discusso anche per i suoi presunti contatti con i Servizi Segreti. Un mafioso che, grazie ad un’intercettazione ambientale fatta dalla Direzione investigativa antimafia, che aveva piazzato delle microspie nell’appartamento in cui abitava a Palermo, in via Ughetti, si scoprirà essere uno degli autori materiali del cosiddetto ‘attentatuni’. Così veniva appellato dallo stesso Gioè l’eccidio di Capaci, durante una conversazione con il mafioso Gioacchino La Barbera. I due, Maria Rosaria e Antonino, si erano conosciuti non molto tempo prima e, guarda caso, anche Gioè era un fedele dello stesso movimento spirituale, Rinnovamento nello Spirito, frequentato dalla Maisano. Ma Gioè, fatalmente, morirà suicida un anno dopo la strage di Capaci. Era recluso nel carcere di Rebibbia, a Roma, dove avrebbe scontato una pena lunga, anzi, un ‘fine pena mai’. E con lui se ne è andata una preziosa possibilità di risalire ai fatti di quel marzo del ’92. Perché lui, in quel periodo, lavorava proprio lì, a Capaci, nei panni di operaio addetto alla manutenzione e pulizia di cunicoli e sottopassaggi autostradali, per conto della ditta Di Matteo. Questa ne avrà il sub-appalto giusto fino al marzo di quell’anno. Ancora marzo. Il mese in cui morirà Maria Rosaria. E in uno di quei cunicoli Gioè pose l’esplosivo. Di come si svolsero presumibilmente le cose si è già scritto e detto molto. Certo è che fu un attentato ben studiato e congegnato. Non poteva e non doveva fallire. E non fallì. Per questo, forse, l’ignara Maria Rosaria potrebbe aver pagato un prezzo molto alto.

LE DOMANDE

Seppe o vide casualmente qualcosa? Qualcuno dovette eliminarla? Perché fu insinuato il sospetto del suicidio? Perché, più di un anno dopo la sua morte, venne fuori una relazione di servizio di due carabinieri che sostenevano d’aver salvato la donna, nel 1988, da un tentato suicidio in mare? E perché di tale circostanza non c’è traccia alcuna – se non nel suddetto verbale – e nemmeno nel registro della guardia medica in cui dissero di averla accompagnata? Questi gli interrogativi a cui sta cercando di dare una risposta la Procura di Caltanissetta. Mentre i misteri sui delitti eccellenti di quegli anni, e i presunti depistaggi per evitare di arrivare ai mandanti occulti, infiammano le cronache di tutti i giornali, Maria Rosaria, vittima sconosciuta, forse giustiziata, certo in attesa di giustizia, cerca ancora il suo posto nella storia e nella memoria di chi, ogni anno, commemora i morti nell’esplosione che squarciò l’autostrada tra lo svincolo di Capaci e quello di Isola delle Femmine.

Alessandra Ballarò