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Da Zena a Roma tra … sbirri e criminali

La manifestazione di sabato scorso a Roma ha sottolineato l’incapacità tutta italiana della gestione dell’ordine pubblico, sia che si tratti di marce studentesche, dimostrazioni sindacali o marce della pace… dei monaci di Assisi.
Ora le forze dell’ordine vengono accusate, ora vengono criticate; secondo noi è la loro incapacità di intervento, unita all’indifferenza per quello che dovrebbe essere il loro mestiere, la loro mancanza di motivazione deontologica, poi tutta da analizzare, il vero nocciolo del problema.

Panciuti marescialli e giovani donne intabarrati nelle tute anti-sommossa, che li fanno sembrare più a dei pinguini che a dei veri professionisti della sicurezza, uniti alle irrisorie indennità di missione, agli improponibili salari, ai patrocini politici sempre a posteriori pero’, sembrano essere la cause dell’incapacità dimostrata nel gestire l’ordine pubblico, con la conseguenza – ed i fatti ce lo hanno dimostrato – che la città è rimasta in balia di ragazzotti, certo arrivati li per aggredire e fare danno, ma sempre ragazzotti che una gestione più conseguente della dimostrazione, nonostante la forte disponibilità di mezzi dislocati, insieme alla consapevolezza di dover compiere un dovere a difesa di tutti i cittadini (e perciò dovutamente retribuito) sicuramente avrebbe evitato tanti problemi.

Ma è denominatore comune di questo Paese il lasciar fare, evitare complicazioni,non intervenire finché il tuo spazio non viene minacciato, evitare, sempre evitare. Ora, si da il caso che sabato scorso, questi “blocchi neri” abbiano minacciato lo spazio vitale di tutti e polizia, carabinieri e finanza si siano trovati senza direttive, senza ordini e abbiano evitato quindi di intervenire.

Ricordiamo qualche mese fa il coglionaccio che a Genova, nel corso di una partita della nazionale di calcio, minacciava il pubblico e gli agenti, arringava i suoi connazionali serbi riuscendo a fare rinviare la partita, con grande ilarità di tutta l’Europa calcistica e no, senza che la polizia avesse minimamente tentato di buttarlo giù dallo spalto adibito a suo palcoscenico. Evitare, sempre evitare, silloge tutta italiota della gestione dei problemi, e del ridicolo in cui siamo tenuti nel mondo, certo non per il bunga bunga, ma proprio per questo rifiutare di prendersi delle responsabilità.

Conta poi anche il fatto che la stampa ed i mass-media, non solo di un certo colore, si siano sempre schierati dalla parte di chi contrasta un’ordine costituito, difendendo quel diritto a manifestare, impunemente pero’, che ormai ha superato ogni limite e che oggi più che mai necessita di nuove leggi per poter essere se non arginato, almeno messo in condizione di non nuocere.

Le forze di polizia pagano ancora con una loro certa prudenza le conseguenza delle sentenze comminate ai poliziotti per i fatti del G8 di Genova, una città sventrata da no global e centri sociali antagonisti. Condanne quindi per i poliziotti per le botte assestate a questi galantuomini nella caserma di Bolzaneto,( ma, allora come vuoi reprimere i criminali?) targhe commemorative e ricordo perenne per quell’antagonista che, andato per darle, ha finito col prenderle. E ci scusiamo per il morto, ma pensiamo anche all’agente che, difendendosi da morte certa, ha visto scombussolata la sua carriera e persino la sua esistenza da una follia criminale. Un’aula del senato dedicata alla vittima, persino ai genitori si sono attribuiti onori, ribalta mediatica e una candidatura al parlamento, mentre la città di Zena era distrutta, nel suo interno e nella sua vita economica e civile, senza che nessuno abbia mai rimborsato una lira, abbia mai pagato per i crimini commessi.

Tornando ai fatti di Roma pero’, a prescindere da ogni considerazione, l’aver permesso, sabato scorso, lo scempio della Capitale facendo intervenire solo i blindati delle forze dell’ordine in caroselli senza senso né utilità, comporta una semplice conseguenza: la presa di coscienza del ministro Maroni di non essere capace di gestire le forze dell’ordine, quindi le sue dimissioni e, a pioggia, giù giù’,quelle dei questori, fino ai commissari per la loro ormai acclarata incapacità di intervento nel corso di avvenimenti critici.

In un Paese normale non si sarebbe aspettato né augurato l’incidente, ma si sarebbe cercato di prevenirlo; non si sarebbe accettato il rogo di autovetture, lo sfondamento di vetrine di banche e supermercati, ma si sarebbe predisposto un piano per anticipare le mosse dei black bloc, certo non a via Cavour, nel cuore della dimostrazione, ma già alla stazione ferroviaria, agli imbocchi autostradali . E poi si sarebbe riusciti a mettere le manette ai criminali, sempre riconducibili a questo o quel Centro sociale, senza che poi, come è sempre avvenuto, giudici compiacenti si fossero impegnati a rimandare quei galantuomini a casa, in perfetta libertà e, se del caso, con le scuse della Questura.

Maroni, ora impegnato più a rompere le palle a Bossi e Calderoli e… a passeggiarsi la capo-gabinetto, che a cercare di capire qualcosa di più di ordine pubblico, se ne vada. Ha aspettato fiducioso le soffiate dei pentiti, profumatamente pagati, per procedere poi agli arresti di capo-clan e latitanti storici ( denunziati dalle nuove leve per fare posto nelle gerarchie criminali, è la nostra tesi) se ne è fatto pure un vanto ma, per favore, ora tolga il disturbo e, insieme a Manganelli, impari, dalle polizie degli altri Paesi, cosa significhi contrastare una manifestazione di piazza già annunciata che, nel caso di Roma, è degenerata nei proclami dei capi-popolo e dei forum no global. Aggiungiamo noi, inutili poi, e sempre dopo, le accuse di Alemanno che ha visto Roma messa a sacco e a fuoco, come se anche lui e la sua polizia municipale non fossero tra i responsabili dell’ignavia dimostrata.

Ed infine, dall’episodio dello scempio della statua di Maria Ausiliatrice ad opera di un ebete dimostrante, passato sotto le luci delle telecamere in diretta, un’avvertimento a Bagnasco e al club esclusivo della CEI: stiano ben attenti a non proclamare appoggi alle manifestazioni “sedicentemente” democratiche, perché il rifiuto della intermediazione della Chiesa nei fatti del nostro vivere civile, passa anche dalla mollezza e dall’accondiscendenza che la Chiesa dimostra quando con ignavia e senza rigore giustifica comportamenti criminali in genere e accetta, nello specifico, fatti blasfemi che pur avvengono in un insieme criminale che deve invece denunziare con forza.

L’Altra Sicilia – Antudo