Il termine per approvare il bilancio dell’Unione Europea per il 2011 è scaduto senza che il Parlamento e il Consiglio, i due rami dell’autorità di bilancio, siano riusciti a giungere ad un accordo.
E’ la prima volta che l’UE rischia seriamente di restare senza un bilancio e di operare secondo il regime dei dodicesimi.
A non voler credere alle coincidenze, si penserebbe che questo succede perché per la prima volta, grazie all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il Parlamento Europeo ha, in tema di bilancio, gli stessi poteri decisionali del Consiglio e l’Europa non si trova ad essere guidata dal solo metodo intergovernativo.
Il negoziato che ha avuto luogo in questi giorni, si è arenato di fronte al no pronunciato dal Consiglio sulle richieste del Parlamento, che dal canto suo aveva, invece, mostrato disponibilità sulle riduzioni, anche importanti, proposte dagli Stati Membri.
Ma per comprendere bene quanto avvenuto occorre fare un passo indietro.
Di fronte ad un aumento dei pagamenti del 5.85 % rispetto al bilancio 2010 proposto dal Parlamento Europeo, il Consiglio ha posto un veto, indicando quale soglia ultima un aumento del 2,91 %, motivato con il riferimento al momento di austerità che coinvolge i bilanci nazionali.
Dinnanzi a questa presa di posizione, l’europarlamento ha, seppur a seguito di un serrato dibattito, accettato le cifre proposte dal Consiglio, ma ha rilanciato sul piano politico, spingendo sulle proprie priorità, tra l’altro espresse da lungo tempo.
Ha quindi chiesto, forte dei suoi convincimenti, il riconoscimento di quanto previsto dal Trattato di Lisbona in merito al suo coinvolgimento in seno alla discussione sulle future prospettive finanziarie e sulla revisione del quadro finanziario pluriennale.
A tali punti ha aggiunto, inoltre, la flessibilità allo 0,03 % dell’RNL e la richiesta di una dichiarazione di intenti sul tema delle risorse proprie.
Ma proprio quest’ultimo punto politico costituisce il vero nodo della questione. Ad oggi, nonostante quanto previsto dai Trattati, il bilancio comunitario è per la gran parte finanziato dai contributi dei 27 Stati Membri.
Pare quindi opportuno rilanciare la discussione su questa tematica, tenendo sempre presente che una risorsa propria consentirebbe all’UE di finanziare le proprie politiche senza gravare sui bilanci nazionali e, soprattutto senza esserne condizionata.
In realtà lo stesso Consiglio è diviso al suo interno: alcuni Stati spingono per un’Europa forte e dotata di un’autonomia decisionale propria, mentre altri Stati preferiscono l’idea di un’Europa che rimanga sottoposta alla loro egida, che non si affranchi del tutto dal controllo governativo.
Adesso, secondo quanto previsto dal Trattato di Lisbona, la palla passa al Commissario Lewandoski che dovrà proporre nei primi giorni di dicembre un nuovo progetto di bilancio.
Dalle cifre del nuovo bilancio dipenderanno le strategie di Consiglio e Parlamento, che avranno la possibilità di giungere ad una rapida soluzione (c.d fast track) o di osservare una procedura più lunga che comporterà, inevitabilmente, un’approvazione del bilancio non prima di marzo 2011, con le evidenti conseguenze dovute all’applicazione del regime dei dodicesimi.
In tale ottica importanti e decisive indicazioni ci giungeranno dal Consiglio Europeo che si terrà il 16-17 Dicembre a Bruxelles, in cui i Capi di Stato e di Governo avranno l’occasione di concordare una strategia comune e di conferire ai propri rappresentati diplomatici un mandato che consenta loro di negoziare con il Parlamento.
A ben vedere, però, quanto proposto dal Consiglio, e cioè tagliare i pagamenti, non significa ridurre i costi di Bruxelles, ma significa, piuttosto, ridurre i trasferimenti agli Stati membri, sia in termini di politica di coesione, che di agricoltura. Tali tagli non si tradurranno certamente in un danno ai beneficiari delle somme ma, piuttosto, in un ammanco nelle casse dei singoli Stati che si troveranno costretti ad anticiparle (vedi i pagamenti diretti agli agricoltori).
Solo per il nostro Paese ciò si tradurrebbe, ad esempio, in un anticipo di 4,6 miliardi di euro, il cui rimborso verrebbe ad essere seriamente ritardato a causa dell’esercizio provvisorio.
Ma anche a voler condividere l’atteggiamento prudente del Consiglio, l’errore commesso è facilmente smascherabile, in quanto fondato su false premesse.
Come è stato fatto notare dall’appello firmato da 40 illustri esponenti della politica e dell’economia europea (tra cui Jacques Delors, Mario Monti e Barbara Spinelli), qualsiasi confronto tra un bilancio nazionale e il bilancio europeo è impossibile. Anzi, nel momento in cui i governi nazionali sono costretti a imboccare la via dell’austerità, il bilancio europeo può e deve essere lo strumento del rilancio.
In definitiva, quello cui stiamo assistendo in questi giorni non è soltanto uno scontro sul bilancio 2011, ma è anche e soprattutto, uno scontro sul futuro dell’Europa, sulle prospettive e sulle capacità da affidare alla stessa.
E’ appena iniziato il gioco delle parti, la fase in cui entrerà in campo la diplomazia, sperando che non ci si dimentichi che il faro da seguire deve essere la crescita dell’Europa e il benessere dei suoi cittadini.
U.S.
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