Va avanti la protesta contro i provvedimenti nazionali emanati dal Ministro della Pubblica Istruzione, Mariastella Gelmini. Una protesta forte, con scioperi della fame, e con slogan inneggianti, giustamente, alla garanzia del posto di lavoro.
Una protesta che però pensiamo sia sbagliata perché si fonda, o appare fondarsi, essenzialmente sulla garanzia del posto di lavoro a personale impiegato a tempo determinato e quindi non inserito stabilmente nel circuito scolastico.
Personale consapevole della sua precarietà e quindi consapevole della necessità di pensare ad una sistemazione lavorativa alternativa. L’errore che probabilmente i precari hanno fatto è quello di aver creduto che l’andazzo delle deroghe e delle assunzioni ad ogni costo potesse continuare all’infinito.
Il sistema scolastico scoppia e abbonda di personale perché negli anni è stata utilizzata non come fucina degli amministratori e delle genti del futuro, e non si è mai pensato di costruire il popolo del domani, ma semplicemente si è pensato a costruire bacini feudali gestiti dai partiti che con leggi e leggine hanno fatto divenire la scuola un ente assistenziale fatto di precari e precarietà.
Più dell’’80% del bilancio della pubblica istruzione è assorbito dal costo del personale e questa è una anomalia che va sanata se si vuole veramente pensare a costruire una scuola migliore.
Certo, i tagli sono dolorosi ma, come dimostra la FIAT, se si vuole cambiare registro e pensare al futuro, bisogna cominciare a ragione con raziocino e qualche volta anche con durezza.
Non è pensabile operare una riforma come è stata fatta per la sanità siciliana perché in quel caso, si sono mantenuti intatti sprechi e privilegi e diminuite le prestazioni sanitarie e l’assistenza agli utenti.
Se si applicasse alla scuola il precedente siciliano, avremmo tanti contenitori pieni di professori e impiegati, e vuoto di “utenza” e di contenuti.
Il riferimento che i precari fanno degli USA e alla dichiarazione di Obama che avrebbe deciso (è ancora tutto da vedere) di stabilizzare 300 mila insegnanti nelle scuole pubbliche americane al grido di “non si licenzia chi educa i nostri figli”, appare qualunquista e porta acqua al mulino della Germini.
Infatti, il sistema scolastico USA d’eccellenza si basa essenzialmente sulle scuole ed università private, dove la professionalità ed il merito sono gli unici requisiti ammessi per potervi insegnare e per potervi essere ammessi come studenti.
La scuola pubblica invece, è come quella italiana. Perdente e assolutamente fuori dal tempo.
1 commento







Credo che ci sia un equivoco di fondo. Il problema non è che il personale sovrabbonda e che i precari non possono pretendere tutti di lavorare. Il problema è che il personale impiegato nelle scuole è stato forzosamente ridotto, attraverso l’aumento di alunni per classe e la riduzione delle ore di lezione. Quindi, ci troviamo di fronte ad una scuola pubblica in cui:
1) gli studenti per classe sono troppi
2) gli insegnanti sono pochi e quasi sempre precari, per cui ogni anno le classi sono costretti a cambiarli. La continuità didattica non è più un valore!
3) non ci sono soldi per coprire le eventuali sostituzioni: ormai le supplenze le fanno i presidi o gli insegnanti della scuola, attraverso ore aggiuntive gratutite
4) mancano i fondi per gite, laboratori, strutture.
Il problema, quindi, è prima di tutto degli studenti. La precarietà dell’insegnamento è precarietà dell’apprendimento!