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Ankara-Damasco-Teheran

La speranza è che sia solo un bluff, Ankara che ci manda a dire: vedete di cosa siamo capaci se non ci accettate in Europa? Il timore è che si tratti, invece, di una svolta strategica.

 Il baluardo islamico nella Nato, lo storico amico mediorientale di Israele, il paese-chiave dei futuri gasdotti, quello da cui Israele intendeva importare acqua coi container e di cui si fidava come mediatore coi vicini arabi, il polo kemalista chiamato a contrastare la penetrazione iraniano-sciita nell’Asia centrale turcofona: tutto questo sarebbe repentinamente evaporato. Chi ha qualche anno di più ricorda un tempo in cui il pan-arabismo militante pareva incastrato nel triangolo geo-politico delineato da tre fulcri non-arabi: Turchia, Persia, Israele.

Tre decenni dopo – morto e sepolto il nasserismo, abbattuto lo Scià, implosa l’Urss, caduto Saddam, tramontata l’era Bush – l’islamismo militante nelle sue varie declinazioni ha espugnato due di quei bastioni, incendia Afghanistan e Somalia, tiene sotto scacco il regime siriano e il ginepraio iracheno, attacca nello Yemen, non molla l’osso libanese. E insanguina il fronte palestinese. 

In questo contesto, scrive Dan Segre, nasce “la dottrina del soft power turco, che rilancia l’idea di un impero ottomano di cui il ministro degli esteri Ahmed Devutoglu è la mente e il premier Erdogan il cuore”, passando per il ridimensionamento (anche su pressione europea) dei militari, già custodi dello Stato laico, e il rafforzamento del partito fondamentalista Akp “solo a parole ammiratore dei valori occidentali”. Così oggi è Israele che appare accerchiato, di fronte al paventato asse Ankara-Damasco-Teheran (con appendice a Gaza) e senza altre solide sponde, forse nemmeno oltreoceano.     

Con un ulteriore paradosso. Iran e Turchia hanno costituzioni agli antipodi: una blindata nella sharia, l’altra nella laicità. Ma nelle città iraniane montano tendenze anti-religiose; il contrario nella Turchia profonda lontana da Istanbul. Due regimi opposti con un unico punto in comune: attizzare i sentimenti anti-israeliani per consolidare la vacillante legittimità interna. Al solito, la politica del nemico esterno. E dare addosso agli ebrei si conferma il modo più facile e a buon mercato.

Marco Paganoni