Ancora morti italiane all’estero ed ancora militari inviati in guerra per meri interessi economici degli USA e dell’occidente. I due recenti morti di Kabul sono solo morti innocenti, seppur coscienti perché volontari, di una guerra creata dagli USA per meri interessi economici e geopolitici. I militari sono morti perché combattono una guerra economica e politica che niente ha a che fare con la lotta per la libertà e la democrazia come l’ipocrisia generale della politica italiana ci vuol far credere.
Non è una guerra italiana e non è una guerra per la democrazia, né per la sicurezza e soprattutto non lo è per la libertà. Ma i morti ci sono e questo deve far riflettere gli italiani.
E di riflessioni sentendo gli umori della gente comune e scorrendo le pagine di vari blog italiani, vengono fuori alcune considerazioni che devono a nostro parere essere valutate con attenzione.
Tra i giovani che non sono come qualcuno afferma “sbandati” e “disfattisti” emergono alcune considerazioni.
Quella che più è ricorrente è che i morti di Kabul sono morti sul lavoro. I militari morti oggi (così come tutti quelli caduti nelle cosiddette “operazioni di pace”) sono morti nell’esercizio del proprio lavoro (rischioso ma libero e ben remunerato) e di eroico non hanno un bel niente poiché non vi è dietro nessun ideale di pace e libertà. E’ certamente un dolore per parenti ed amici, e da persone “pensanti” dispiace apprendere della morte violenta di un “lavoratore”, ma questo è tutto.
Sono morte altre due persone a Kabul, sono morti due lavoratori come ne muoiono migliaia ogni anno sul posto di lavoro nel più totale silenzio mediatico.
Ma a differenza delle morti di Kabul a cui viene dato ampio spazio e si parla di “paese” in lutto, per i morti “sul lavoro” il massimo che viene loro dato è un semplice titolo di coda.
La scelta di andare a combattere la guerra americana in Afghanistan è personale e volontaria ed adeguatamente retribuita, e il rischio di rimanere feriti o morti è già messo nel conto di ogni militare. Chi sceglie di intraprendere la carriera militare è consapevole dei rischi a cui potrà incorrere, e chi scegli di essere volontario per combattere all’estero mette nel conto di ritornare in Italia … non da vivo.
Morire sul posto di lavoro invece, non fa parte del rischio di un lavoratore edile, di un meccanico, di un autista, etc.. La morte sul posto di lavoro non dovrebbe neanche avvenire in un paese democratico e civile.
Ed allora, pur nel rispetto del dolore dei parenti delle vittime, basta con le ipocrisie. La morte a Kabul è nel preventivo delle proprie scelte personali.
Ci piacerebbe infine che la definizione di “eroi” fosse data anche e soprattutto agli operai che quotidianamente muoiono per sfamare i propri figli.
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