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Afghanistan. Morire in attesa della “exit strategy”. Ovvero, ingloriosa ritirata

talebanoArriva la notizia, temuta ma attesa. Attesa non fosse altro perché in Afghanistan si muore anche quando a morire non sono italiani ma “smplicemente” civili afghani. L’Italia sta combattendo in terra d’Asia, una guerra iniziata contro il terrorismo di Alqaida, ma che si è trasformata in una vera e propria guerra per interessi strategici ed economici americani.

Una guerra guerreggiata che nel complesso panorama afghano, si combatte al’interno o ai margini, se non addirittura “dentro”, una vera e propria guerra civile.

luttoOggi altri due morti “innocenti” sulla coscienza dei governanti italiani.  Domani, quando arriveranno le bare coperte dal tricolore, si manifesterà la solita ipocrisia istituzionale e si ascolteranno le solite parole quale libertà, sicurezza, terrorismo. Un vocabolario sapientemente selezionato per nascondere la verità agli italiani, e cioè, che da almeno tre anni le nostre truppe in Afghanistan non combattono Alqaida, ma semplicemente combattono una guerra vera e propria per ragioni tutt’altro che nobili.  

Il cordoglio delle morti italiane però, a differenza di quanti già da oggi parleranno di lotta al terrorismo, di morti “purtroppo” necessarie e di legittimità dell’intervento armato contro uno stato sovrano, ci spinge ad una riflessione sulla questione.

 Appare impossibile, anche cercando con meticolosa attenzione sui media nazionali, un articolo o un reportage che non affermi la legittimità dell’intervento. Il senso della realtà degli accadimenti afghani è appannato dalla retorica di stato che viene riproposto dai media nazionali. 

Stiamo combattendo, secondo i media, una guerra “santa” contro il terrorismo e stiamo vincendo. Ma dopo 8 anni di guerra la domanda più semplice che sovviene è: ma se i terroristi vincono contro oltre centomila uomini addestrati ed equipaggiati con armi di terza e quarta generazione,  contri chi combattono i “nostri”?

Contro gli afghani, chiamati ora talebani, ora insorti, ora terroristi, che combattono con armi non equiparabili a quelli dei loro nemici ma che combattono con una motivazione che certamente gli occidantali non hanno, e cioè, lottano per la loro terra, perchè non vogliono stranieri sul loro territorio che impongono elezioni farsa e mettono al potere, un uomo, Karzai, poco affidale e fratello del primo trafficante di droga afghano e al soldo della CIA …

L'uomo degli USA

L'uomo degli USA

Karzai non controlla nulla e governa, si fa per dire, solo Kabul perché “coperto” dalle forze straniere di intervento, ed ha minor seguito di quanto non ne abbia il  Mullah Muhammad Omar che senza elezioni “democratiche” , come pomposamente si riempiono la bocca i nostri rappresentanti, controlla oltre il 50% del territorio afghano.

Va da sé che mentre gli stranieri, Italia compresa, passano il tempo a “proteggere” Karzai e loro stessi, sempre più gli afghani ritengono affidabile la governance dei baroni della guerra perché garantiscono loro sicurezza politica rurale e governance di base.

 E qui che il nemico degli occidentali, ovvero quelli che ancora ed impropriamente vengono definiti talebani, ottengono dalla popolazione una maggiore considerazione.

E ciò non soltanto per le “vittorie” che possono vantare contro gli Usa ed i loro alleati, ma anche perche i ribelli afghani hanno notevolmente aumentato la loro presenza nelle aree “di controllo USA”, definiti in termine militare “bolle di sicurezza”, e attuato una efficiente campagna di assistenza popolare.

Per gli afghani la vittoria finale non può che andare che agli afghani. E’ così da centinaia di anni. Gli inglesi prima ed i russi negli anni ottanta, ha sperimentato la vergogna delle ritirate. Tutti gli eserciti che hanno pensato di invadere l’Afghanistam hanno finito per pagare prezzi salatissimi con ritirate ingloriose. 

Ora è il turno degli Usa e degli italiani.

Nelle aree in cui gli insorti hanno aumentato la loro presenza militare le vittime causate dalla NATO o del personale del governo afghano sono aumentate in modo esponenziale, e ormai gli afghani cominciano, molto tempo prima degli occidentali, a fare calcoli per il futuro che vede inesorabilmente la ritirata degli eserciti stranieri dall’Afghanistan.

Viene definita  “exit strategy” , eufemismo per nascondere il fallimento politico e militare, ovvero, disfatta.

Karzai, se rimarrà ancora lui il “pupo” in mano agli Usa, sarà lasciato inesorabilmente nelle mani dei lupi afghani che in tempi sovietici, erano alleati degli americani.

Il gioco delle tre carte americano. Ma stavolta agli Usa non è servito aver pagato, all’inizio della guerra, alcuni signori della guerra per assicurarsi la vittoria.

Secondo quanto dichiarato da Hanif Shah Hosseini, un membro del parlamento afgano a The Wall Street Journal “All’inizio del conflitto, tutti appoggiavano gli americani. Ma ora la maggioranza degli afghani non credono più ad una vittoria americana e si aspettano che si ritirino dal paese. Per gli afghani quindi, l’interlocutore privilegiato per il futuro, sono i così detti talebani.

Per i governi occidentali presenti sul teatro c’è da fare un’ultima considerazione. Ormai sono i militari ad aver preso la mano al tavolo del gioco afghano.

Per L’italia sarà una Caporetto, per gli inglesi una riproposizione della fuga del settecento,  per gli altri eserciti  una disfatta “asiatica”, mentre per gli americani semplicemente un altro…   Vietman.