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Ancora mafia a Palazzo D’Orleans. Indagato per concorso esterno Raffaele Lombardo

Dopo Cuffaro, condannato in appello, ecco che la maledizione della mafia tocca ancora gli alti livelli della politica siciliana. Il Presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo, suo fratello  Angelo, deputato nazionale e l’UDC regionale Fagone, sono indagati dalla Procura di Catania per “concorso esterno”.

Ritorna quindi la questione mafia nella vita di Raffaele Lombardo. Secondo quanto è emerso nell’ottobre 2009, il presidente della Regione risultava iscritto nel registro degli indagati sin dal giugno 2007 e il procedimento risulterebbe iniziato sulla base delle dichiarazioni del pentito Maurizio Avola, secondo cui Lombardo partecipava, negli anni ‘80, alle attività del boss di catanese Nitto Santapaola. Secondo Avola e secondo quanto era riferito in quei periodi, il governatore siciliano si sarebbe anche incontrato con il boss nel corso della sua latitanza. Il faldone con le rivelazioni sarebbero contenute in un verbale segretato. Comunque, dichiarazioni credibili pur se prive di riscontro come avrebbero scritto i magistrati nella richiesta di archiviazione, negata dal GIP Antonio Caruso che ha concesso altri 120 giorni per ulteriori indagini. Nulla si sa di come è finita questa inchiesta però ora arriva l’accusa di concorso esterno e  anche qui il dossier che si trova nelle mani il procuratore capo di Catania, Salvatore D’Agata, conterrebbe le rivelazioni di pentiti con l’aggiunta di intercettazioni telefoniche ed ambientali, che, secondo quanto riporta oggi Repubblica,  “ documenterebbero i contatti tra il capo assoluto della mafia catanese, Vincenzo Aiello, e i fratelli Lombardo. Con loro sono indagati anche un deputato regionale dell’Udc, Fausto Fagone, il sindaco di Palagonia, altri sindaci di comuni catanesi, numerosi amministratori comunali e provinciali, che sarebbero stati eletti grazie al “massiccio” appoggio ed “impegno” delle cosche mafiose del clan storico di Cosa nostra che faceva capo a Nitto Santapaola e che ora è capitanato da Vincenzo Aiello. Quest’ultimo è stato arrestato qualche mese fa durante un summit in cui si discuteva se aprire o meno una guerra contro le bande criminali catanesi, degli appalti da gestire e di come “comunicare” con il Presidente della Regione, Raffaele Lombardo che – una volta eletto a capo del Governo Siciliano – aveva eretto una vera e propria barriera per evitare intercettazioni telefoniche e “contatti” compromettenti”

Per tutti i particolari, http://www.repubblica.it/politica/2010/03/29/news/lombardo_inchiesta-2975086/ [1].

Adesso, con tutte le precauzioni del caso, sarebbe interessante sapere cosa faranno gli assessori Magistrati e figli di magistrati voluti  in giunta da Lombardo. Si dovrebbero dimettere quanto meno per evitare di essere strumentalizzati. Ma le dimissioni in Italia non esistono, in Sicilia addirittura non si conosce neanche il significato.

A questo proposito, sempre secondo quanto riporta Repubblica, “…Nelle conversazioni intercettate dai carabinieri del Ros anche le “critiche” che il capomafia faceva a Raffaele Lombardo, per avere voluto nella sua giunta, magistrati-assessori, Massimo Russo, ex magistrato antimafia a capo dell’assessorato alla Sanità, Giovanni Ilarda, ex assessore alla Presidenza della Regione e Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici, capo dell’ufficio istruzione di Palermo, ucciso dalla mafia con un’autobomba nel 1983. “Raffaele ha fatto una “minchiata” a fare questi magistrati assessori, perché questi, anche se lui è convinto che lo faranno, non potranno proteggerlo” commentava il boss Vincenzo Aiello parlando con i suoi “picciotti” e riferendosi al fatto che proprio in quei giorni un alto funzionario della Regione Siciliana era stato indagato per l’appalto relativo all’informatizzazione della Regione”.

E noi, quando Lombardo volle i Magistrati in giunta, fummo tra i pochi a scrivere che la cosa non ci piaceva molto.  La politica va fatta dai politici, i magistrati prima di far politica devono lasciare la toga.