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Decreto “interpretativo”. Quali somiglianze tra Vittorio Emanuele III e Napolitano ?

triade“Dove va la Repubblica – Una transizione incompiuta” è il titolo del libro di Giorgio Napolitano scritto nel 1994. Alla luce degli accadimenti degli ultimi anni e di due giorni fa, la risposta più ovvia appare: verso la dittatura!   Napolitano prova a giustificare l’ennesimo imbroglio italiano, cioè la firma sul decreto truffa voluto da Berlusconi,  con argomentazioni risibili,ma non può nascondere che si tratti di un decreto “ad partitum” al quale sembra abbia partecipato anche “baffino” D’Alema.

La firma, si riporta apposta intorno alle 23 di un giorno di marzo del 2010,  sembra avere molte similitudini con l’arrendevole comportamento di Vittorio Emanuele III ai voleri di Mussolini.

A quel tempo si era in dittatura e vigeva la legge del più forte, oggi siamo in democrazia e vige sempre la legge del più forte e del più ricco.

Anche se scritta in  fine politichese da un uomo che ha sempre vissuto di politica, la lettera di “giustificazioni” non nasconde la verità e  Giorgio Napolitano, deputato dal lontano 1953 nelle file del Partito Comunista a cui era già da quasi un decennio iscritto, lontano quindi dal mondo reale da quasi sessant’anni, si è dimostrato uomo d’apparato.

Rispondendo in modo inusuale attraverso il sito istituzionale del Quirinale, il presidente della repubblica italiana ha di fatto confermato che l’interesse non era quello di garantire la legalità ed il rispetto delle leggi da parte di tutti in questa Italia di furbi, ma di non poter considerare sostenibile che la lista del presidente del consiglio dei ministri non potesse partecipare alle elezioni a causa di errori del partito.

Ed allora, con leggerezza “presidenziale”, il presidente degli italiani, custode della Costituzione e della democrazia, sembra essere diventato il tutore del partito del presidente del consiglio e firma il decreto imposto da Berlusconi che evidentemente non poteva accettare di rimanere fuori dalle elezioni per errori propri.

Ci chiediamo come mai in occasione di altre elezioni che hanno registrato l’esclusione di altre liste (non del PDL) la presidenza della repubblica non si sia mai posto il problema di garantire a tutti gli schieramenti la possibilità di partecipare alla competizione.

Perché nel caso del partito di Berlusconi si parla di vulnus alla democrazia (impropriamente) mentre per gli atri partiti che negli anni sono stati esclusi per irregolarità meno gravi, si è parlato di rispetto delle norme ?

Le argomentazioni di Napolitano sono risibili e le sue giustificazioni non reggono. Proprio l’ultimo capoverso della sua lettera di risposta ai signori Magni e Ravenna, dove si afferma che nessuno deve rivolgersi al capo dello stato con aspettative e pretese improprie, conferma tutte le contraddizioni di una firma che non sarebbe dovuta essere apposta.

Nessuno deve chiedere al presidente della repubblica cose improprie … tranne il partito che governa che “modifica” le leggi  “interpretandole” secondo le proprie esigenze e per coprire i propri errori.

Napolitano poteva non firmare, poteva clamorosamente dimettersi per garantire il rispetto delle leggi, ha preferito firmare e con fine politichese cercare di giustificarsi.

Almeno Vittorio Emanuele III non tentò mai di giustificarsi e, sconfitto anche dalle sue paure, alla fine fuggì a Bari … 

ITALIA libera, democratica e repubblicana!