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Dura reprimenda del deputato Lo Giudice a Rino Giacalone

Riceviamo direttamente dall’interessato e pubblichiamo, una nota del deputato regionale Giuseppe Lo Giudice che stigmatizza le affermazioni dell’’opinionista Rino Giacalone, riportate su un articolo pubblicato  sul sito internet Antimafiaduemila,  ed inviato al direttore Responsabile del sito in questione.  

….. Egregio Direttore, 

Le chiedo di pubblicare questa nota nel rispetto del principio del contraddittorio e di quanto stabilito dall’articolo 8 (Risposte e rettifiche) della legge 8 febbraio 1948 n° 47.

Essa fa riferimento all’articolo dal titolo «La mafia e l’odore dei soldi. Il delitto Piersanti Mattarella», a firma di Rino Giacalone, pubblicato il 5 gennaio 2010 sul sito internet www.antimafiaduemila.com (ripreso, peraltro, da altri siti internet), ed in particolare nella parte in cui l’autore, chiamandomi pretestuosamente in causa sullo sfondo di fatti ai quali sono completamento estraneo, scrive che «… l’on. Lo Giudice con un comunicato stampa si scaglia contro l’antimafia, come pare piaccia all’on. Giammarinaro». 

Trovo innanzitutto ignobile avere accostato il mio nome e il mio impegno politico ad episodi che l’autore mette i correlazione con l’uccisione di Piersanti Mattarella. Solo la malafede, il pregiudizio, la mancanza di serenità e obiettività professionale, possono spiegare una simile operazione. 

L’opinionista Giacalone, per chi conosce la realtà trapanese, è notoriamente un «campione del giornalismo a tesi», in cui i fatti sono solo un dettaglio.

In questo caso si esercita nella manipolazione più grossolana utilizzando, con un «taglia e incolla» di bassa sartoria, e a sproposito, una mia dichiarazione sull’assoluzione dell’onorevole Bartolo Pellegrino, lasciando in aggiunta intendere – in un sillogismo di evidente suggestione, ma completamente inventato – che la mia posizione sull’antimafia sia indotta dal sostegno ricevuto in campagna elettorale dall’onorevole Giuseppe Giammarinaro, al quale, dunque, la stessa posizione sull’antimafia «pare piace». Non so quali obiettivi abbiano spinto l’opinionista a fare una simile considerazione; so per certo che è falsa perché le mie idee sono concordate con la mia coscienza. 

Tralasciando il fatto che da oltre un anno e mezzo non ho rapporti, politici e personali, con l’onorevole Giuseppe Giammarinaro, Giacalone, assai scorrettamente, non dice – pur sapendolo – che «l’antimafia» alla quale facevo riferimento nel comunicato stampa cui lui allude, era «l’antimafia extragiudiziaria, la cui azione appare spesso poco limpida, ancor più quand0 si ravvisano i segnali di una delegittimazione politica e anche umana che prescinde dalle valutazioni della magistratura, come se l’obiettivo sia solo “mascariare”».  

Non, dunque, l’antimafia delle istituzioni, ma quella, subdola, della lotta politica, delle più bieche strumentalizzazioni, l’antimafia abile nell’arte delle allusioni e delle ricostruzioni di comodo, l’antimafia dei pregiudizi e delle delegittimazioni. L’antimafia di chi, in cerca di carriere, potere, posti, ruoli sociali, usa le vicende giudiziarie e quelle politiche per interessi personali, per mascherare la propria mediocrità nella vita come nel lavoro, per diffamare e delegittimare. L’antimafia del «sospetto come anticamera della verità».

Proprio come, con evidente disonestà intellettuale, ha fatto l’opinionista Giacalone. Il quale è come e meglio di un «maestro del brodo» di palermitana memoria, e cioè un esperto mestatore che offre ai lettori il suo «quarume» di supposizioni, suggestioni, tesi, allusioni, ben sapendo che sono il contrario della realtà. Il tutto, come solo sanno fare i costruttori di «teoremi», sospeso nel dubbio di un «pare», inconsapevole concessione alla possibilità che ciò che lui stesso scrive non corrisponda al vero. Tuttavia lo scrive, perché ciò che conta, per Giacalone, è suggestionare, suscitare il dubbio, il sospetto. Senza peraltro la possibilità, l’opportunità, la facoltà – come si presume dovrebbe fare un giornalista corretto – di capire, di chiedere una replica, una risposta, di agevolare il contraddittorio, infossato com’è il Giacalone nella sua scrivania di «giornalista antimafia» a emettere sentenze.

Questo non è giornalismo, è cecchinaggio.

E io, sia chiaro a Giacalone e a chi, eventualmente, ne ispira e asseconda i «disegni», non intendo farmi impallinare in silenzio.

 Concludo sostenendo che, con lo stesso criterio adottato dall’opinionista potrei pensare e scrivere: «pare» che negli anni in cui Giacalone è stato assunto all’Istituto autonomo case popolari di Trapani, anni in cui il padre di Giacalone è stato il Vice Presidente dell’Istituto, in molti concorsi pubblici si entrasse grazie alle intercessioni di partiti e onorevoli, soprattutto repubblicani, socialisti e democristiani.

 Ma io so – e con me tutta Trapani – che così non è. Se vi «pare»