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Considerazioni attuali sul decreto Brunetta

brunettaIl decreto legislativo n°150 del 27/10/2009, adottato dall’attuale compagine di governo e che riguarda il lavoro pubblico e l’efficenza della pubblica amministrazione, continua a dare assurde sferzate ad una categoria di lavoratori, che è gia ampiamente bistrattata sul piano economico quanto sul piano funzionale ed organizzativo.

 Con questo decreto legislativo si riformulano, per l’ennesima volta ancora, quei principi e quei criteri già statuiti nel decreto madre, il n° 29 del 3/2/1993, col quale fu razionalizzata l’organizzazione delle amministrazioni pubbliche e fu rivista per intero la disciplina del pubblico impiego, che era stata oggetto di normazione prima col Testo unico degli impegati civili dello Stato – D.P.R. n°3 del 10/10/1957 – e poi con la Legge quadro sul pubblico impiego del 29 Marzo 1983 n°93.

Nel mezzo di questi due atti fu inserito lo Statuto dei Lavoratori con la Legge 20 maggio 1970 n°300, che non è stato esente da attacchi indiscriminati da parte dei governi precedenti, sostenuti dalle più disparate maggioranze parlamentari e dalle vaghezze di certe organizzazioni sindacali, artefici silenziosi della trasformazione del rapporto di lavoro pubblico verso l’impianto privatistico, che con il decreto n.150/2009 viene ulteriormente portato a conseguenze estreme. 

Con quelle norme di diritto pubblico fu dato un ampio riconoscimento al lavoro del “travet”, concepito fin dai tempi dell’Unità d’Italia come una figura a volte residuale, a volte persino inconsistente, senza che venisse dichiaratamente espresso un valore di utilità e di funzionalità del dipendente pubblico. Nessuna novità di rilievo a questa sterile concezione fu apportata, ancora, nel ventennio del regime fascista.

Ma solo nel secondo dopoguerra, quando l’Italia fu costretta a riorganizzare il proprio apparato burocratico ed amministrativo, vengono emanati una serie di provvedimenti legislativi, con i quali si danno ai lavoratori del pubblico impiego una rilevante dignità professionale ed alcune garanzie a sostegno del rapporto di lavoro e coi quali si dettano precisi principi etici generali ai quali i lavoratori dipendenti devono conformarsi, mentre si assolvono importanti questioni deontologiche, nella necessità di assicurare un corretto funzionamente della macchina burocratica statale e successivamente quella dei comuni. Non si dimentichi che una prima contrattazione nazionale per il personale dei comuni avvenne nel 1979 nel momento in cui trovava applicazione il D.P.R. 24 Luglio 1977 n° 616

Gli anni 70’ ed 80’ diventano per tutti i lavoratori, pubblici e privati, un laboratorio continuo nel quale essi ricercano e sviluppano una notevole serie di piattaforme rivendicative, che nel tempo avrebbero condotto alla conquista di fondamentali prerogative di tutela del lavoro, sia nel nucleo del rapporto costituito, sia sul piano organizzativo, quale quello della sicurezza, della libertà sindacale, della condizione femminile, della tutela della famiglia ed altro ancora.

Da quell’epoca in poi, governo e parlamento, a prescindere da ogni loro colorazione politica, operano per tutto il corso degli anni 90’ nel senso della ricerca e della statuizione di principi assolutamente diversi ed in contrasto con la tipologia pubblicistica del rapporto di lavoro dei pubblici dipendenti. Lentamente vengono scardinati i traguardi ottenuti dai lavoratori del pubblico impiego, divenuti nel frattempo oggetto di duri attacchi al seguito di una concezione politico-amministrativa di tipo legalista e giustizialista, che cominiciava a riteneva il dipendente pubblico un privilegiato ed un poco di buono e come tale da perseguire tout court. 

 

Il potere politico agisce, dunque, dissertando sui temi della produttività, dell’efficacia e dell’efficienza dei servizi pubblici, omettendo spesso e volentieri di considerare che, nel caso di quegli organi che esercitano una funzione pubblica, il lavoro e la produttività non si conciliano, laddove questi due elementi sono intesi in un rapporto impossibile di tipo imprenditoriale e mercantile, così come in effetti voluto in ambito generale dall’attuale governo nazionale. E’ notevomente chiaro che, applicare nel pubblico impiego il criterio della produttività, come fattore della produzione in termini di catena di montaggio, non solo è improprio ed abnorme, ma direttamente anacronistico. 

Del resto, oggi governo e parlamento, appena scientemente, pretendono di migliorare le forme  e l’organizzazione del lavoro pubblico, riconducendolo il più possibile nell’alveo del lavoro privato e contraendo in maniera esponenziale le risorse economico-finanziarie destinate al reale miglioramento dell’efficacia e dell’efficienza dei pubblici servizi, al potenziamento della tecnologia in uso ed al sostegno quotidiano della persona fisica del lavoratore e della famiglia.

 

A farne maggiormente le spese, subendo gravi danni, è sopratutto l’apparato degli enti locali, nel quale si riversano gli effetti deleteri della nuova ondata riformatrice, che si scaglia con veemenza proprio su quegli enti, le risorse dei quali sono sempre più scarse, impoverite dall’azione diabolica delle loro amministrazioni, le quali molto spesso, per alcuni versi, si rivelano essere incapaci, ovvero, per altri versi, essere fin troppo ottusi nella scelta politica di dilapidare il proprio patrimonio finanziario al solo scopo di soddisfare bisogni voluttuari, sciupando così le sempre più rare possibilità di crescita sociale ed economica delle loro comunità. Per l’appunto, i costi della politica sprecona non vengono affatto considerati dall’ondata riformatrice, quando invece essa dovrebbe riprendere l’agire nefasto di tanti nostri politicanti, che preferiscono navigare e trastullarsi nei fumi della politica glamour e degli scandali, piuttosto che operare sinergicamente per costruire uno Stato laico, non autoritario, che non ostacoli lo sviluppo della coscienza della Società e che consenta ai cittadini di uniformarsi con sapienza alle regole comuni del vivere civile, consegnate non secondo la logica dell’imposizione, ma della tolleranza e della libertà.

 Nello Russo