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MAFIA. Processo a Matteo Messina Denaro e Giuseppe Grigoli

denaroLa ‘’mafia imprenditrice’’ alla sbarra. Quella che, secondo l’accusa, ha scelto la grande distribuzione commerciale per investire e moltiplicare il fiume di denaro accumulato con le estorsioni ed altre attività illegali.

 E’ questo l’oggetto del processo in corso davanti al Tribunale di Marsala (presidente Renato Zichittella) che vede imputati il super latitante Matteo Messina Denaro, 47 anni, e l’imprenditore Giuseppe Grigoli, di 60. Entrambi di Castelvetrano, sono imputati per associazione mafiosa. Grigoli, in particolare, è accusato di avere messo a disposizione del boss di Cosa Nostra, al fine di consentirne l’ulteriore espansione economica, la catena di supermercati Despar di cui era gestore in tre province della Sicilia occidentale (Trapani, Palermo e Agrigento). E per i pubblici ministeri della Dda Sara Micucci e Carlo Marzella, una prova sta in uno dei ‘’pizzini’’ sequestrati nel covo di Bernardo Provenzano a Montagna dei Cavalli.

In quel biglietto Matteo Messina Denaro chiedeva a ‘’Binnu u tratturi’’ di intervenire a tutela di Grigoli in provincia di Agrigento perché si trattava di un uomo a lui vicino. Per l’accusa, infatti, era il ‘’cassiere’’ del superboss castelvetranese. E di Grigoli ha, poi, parlato anche il pentito agrigentino Maurizio Di Gati. Arrestato il 20 dicembre 2007, l’imprenditore subì prima il sequestro delle quote societarie delle sue aziende e poi, nel novembre scorso, quello dell’intero patrimonio, valutato in 700 milioni di euro.

Nell’atto d’accusa si sostiene che Grigoli non sarebbe da meno rispetto al capomafia belicino nella gestione delle attività commerciali. Secondo alcuni pentiti era ‘’la stessa cosa di Matteo Messina Denaro’’. Le indagini vanno dal 1997 al 2007. Alla prima udienza, il Tribunale ha accolto la richiesta di costituzione di parte civile avanzata dall’Associazione antiracket ed antiusura di Trapani, rappresentata dall’avvocato Giuseppe Novara. Intanto, Matteo Messina Denaro sembra ancora intenzionato a non nominare alcun difensore di fiducia. Ad assisterlo è, infatti, un avvocato d’ufficio, Maurizio Rivilli.

  A fare il quadro dei punti vendita della ‘’Despar’’ sui quali, in provincia di Trapani, incombe l’ombra della mafia è stato, nel corso del processo, l’ispettore Ermacora Gus, della Squadra Mobile di Trapani. Il poliziotto, teste d’accusa, ha riferito sugli accertamenti effettuati sugli esercizi commerciali con marchio Despar gestiti da ‘’soggetti condannati o indagati per mafia o da loro parenti’’, o ai quali Cosa Nostra ha imposto l’assunzione di dipendenti (una decina di esercizi su un totale di 40).

 Gus ha parlato dei punti vendita di Trapani (piazza Nicolodi, via Archi e via Villa Rosina), Marsala (piazza Marconi e via Sport), Partanna (via Cialona), Mazara (via Sansone) e Castelvetrano (via Castelfidardo).  ‘’Nel 2006, a Trapani – ha detto l’investigatore – a vendere alla società ‘6 Gdo’ di Grigoli i locali di via Archi e via Villa Rosina fu la società Admiral di Giuseppe Cicala (presidente della locale Confesercenti, ndr). La 6Gdo diede, poi, la struttura in affitto ad un gruppo dove figurava anche Francesca Mazzara, figlia del killer mafioso Vito Mazzara’’.

 Il Despar di piazza Nicolodi, invece, aperto da Grigoli distribuzione nel ’92, dal 2000 è stato gestito da una società composta dai fratelli Giacomo, Alessandro e Maurizio Mazzara. Ques’ultimo sposato con una figlia dello scomparso boss Totò Minore.

 ‘’A Marsala – ha proseguito Gus – il punto vendita di via dello Sport (di fronte allo stadio, ndr) è stato avviato all’inizio del 2001 dalla 6Gdo, a cui, in settembre, sono subentrate Angelica, Loredana e Annalisa Giappone, figlie di Vito Giappone, che fu condannato all’ergastolo per omicidio. Il Despar di piazza Marconi, invece, è stato acquistato da Grigoli nel 2005 e dato in affitto alla società ‘’Pegaso srl’’ formata da Giovanni Cascio e Pietro Centonze, classe ’67. Il secondo è cugino del capomafia Natale Bonafede, la cui sorella Giuseppina è dipendente della società che gestisce il supermercato’’. A Mazara, infine, il punto vendita aperto nel ’92 da Grigoli in via Sansone è stato dato in affitto, nel ’98, a Vito Vassallo, figlio di Giovanni Vassallo, che è cugino del boss mafioso Giovanni Bastone.

 Tra gli altri dipendenti assunti dalla catena commerciale per conto dell’organizzazione mafiosa, c’è anche un nipote di Matteo Messina Denaro, Francesco Guttadauro, figlio di Filippo, esponente di spicco della ‘’famiglia’’ del quartiere palermitano di Brancaccio, che attualmente sconta 14 anni di carcere per mafia ed estorsioni.

 E interessanti sono i risultati degli accertamenti effettuati dalla Guardia di finanza. ‘’Dalle casse di alcune delle società del gruppo Grigoli – ha affermato, in aula, il colonnello Eros Cococcetta – usciva più denaro di quello che veniva incassato con l’attività dei supermercati. Infatti, anche se i bilanci sono formalmente regolari, come del resto lo sono tutti i bilanci, i conti non quadrano. Non c’è corrispondenza tra le voci relative all’acquisto di nuove attività commerciali e fabbricati e il denaro  incassato in precedenza. Non si capisce da dove arrivavano tutti i soldi utilizzati per acquistare altri supermercati e fabbricati. Sono fondi di origine ignota’’.

 Il sospetto, naturalmente, è che si tratti di denaro accumulato da Cosa Nostra nelle diverse attività illegali e poi immesso in circolo in quelle formalmente legali. ‘’Per accertare l’eventuale riciclaggio, però – ha spiegato l’ufficiale delle Fiamme Gialle – occorre fare indagini bancarie. E non sempre ciò è sufficiente. Anche perché, dopo dieci anni, le banche distruggono tutta la vecchia documentazione. Dalle nostre indagini, comunque, si evince che le spese delle società di Grigoli sono state superiori ai ricavi. Nel 2001, in particolare, il gruppo ‘6 Gdo’ acquistò 18 supermercati, ma in cassa non c’era tutto il denaro speso’’. Dai controlli condotti dal colonnello Cococcetta assieme al collega pari grado Rosolino Nasca è, in particolare, emerso che tra il 1999 e il 2002 Grigoli ha condotto operazioni bancarie per ‘’contanti’’ con depositi superiori ai 600 milioni di vecchie lire. E non c’è alcuna rispondenza tra questi versamenti e gli ‘’affari’’ commerciali. Quel denaro, secondo gli investigatori, è arrivato da Cosa Nostra.

Euno