…. L’assessore regionale all’agricoltura Michele Cimino che a Trapani si dice abbia confessato di non sapere nulla dei problemi del settore e meno che mai di vitivinicoltura (almeno questo è quanto riferiscono alcuni delegati della Federazione Movimenti Sicilianisti “Sicilia Libera” presenti all’incontro), il presidente e il direttore di quel carrozzone chiamato pomposamente istituto vite e vino, rappresentanti dei dipartimenti regionali al Bilancio e tesoro, alle finanze e Credito, alla Programmazione, alla cooperazione e delegati dell’Ircac e della commissione regionale dell’ABI.
Gli agricoltori, gli operatori del commercio, gli operatori del marketing e della commercializzazione dov’erano ?
E Cimino è andato anche sul tecnico in quanto ha dichiarato che “oggi abbiamo messo a fuoco le disfunzioni della filiera che da anni producono effetti negativi al reddito dei produttori. Il governo intende intervenire in modo radicale, anche facendo scelte che potrebbero risultare impopolari. Ma l’intervento dovrà essere risolutivo. Continuare l’agonia di una iperproduzione che non troverà poi mercato e, di conseguenza, non potrà produrre reddito alle aziende, è un insuccesso annunciato”.
La crisi è forte – afferma Cimino – servono grandi sostegni, oltre a quelli che abbiamo già individuato, e di questo mi farò portavoce anche in sede dei tavoli tecnici nazionali di palazzo Chigi e della Conferenza Stato-Regione. Inviterò il ministro Zaia, oggi a Pantelleria per la vendemmia di Donnafugata, a prendere atto personalmente della situazione vinicola siciliana, visto il suo interesse per la nostra terra”. Chissà poi perché la Regione invita il Ministro ad assistere alla vendemmia di Donnafugata evitando di fargli visitare la realtà frammezzata delle piantagioni di uva da vino.
Ecco risolto il problema. Servono sostegni “economici” non un progetto di rilancio dell’agricoltura nel suo complesso che includa anche una riprogrammazione della dissennata politica di sostegno fin qui pratica e soprattutto della dissennata e spregiudicata politica degli impianti di uve non autoctone e a coltivazione intensiva.
Dopo aver distrutto il settore, la politica e la burocrazia parlano ancora di sostegno non conoscendo la parola “diversificazione” e produzione secondo tendenze di mercato, logistica, trasporti cargo, tenendo fuori dal tavolo delle decisioni proprio gli agricoltori … Parlano fuori del tempo e localisticamente dimenticando che anche l’agricoltura, oltre la modernizzazione, ha necessità di seguire per quanto possibile le nuove e sempre più sofisticate richieste del mercato globalizzato.
La Sicilia e la sua politica non è in grado neanche di “gestire” e promuovere opportunamente i suoi prodotti migliori. Il vino zibibbo di Pantelleria sembra soggetto a grandi miracoli divini considerato che nell’Isola si produce, per esempio, 200 quintali di uva mentre le cantine autorizzare sembra imbottiglino zibibbo per una quantità pari a 1000 quintali.
Zibibbo di Pantelleria o di Sicilia imbottigliato a Pantelleria? Nessuno ne parla ed allora viene da chiedersi a chi fa comodo. Non è questa una sofisticazione alimentare? Come si pensa di “vendere” un vino tipico di un’isola che invece viene prodotto altrove e soltanto imbottigliato a Pantelleria?
Marsala DOC, Marsala siciliano, o vino tipo Marsala? Come si può parlare di Marsala se viene prodotto sempre più spesso con uve coltivate lontano dalla zona d’origine che è quella del Comune di Marsala?
Cosa dire del nero d’avola prodotto ad Alcamo e il bianco d’Alcamo prodotto ad Agrigento?
Invece di puntare a produzioni DOC(G) e quindi portare il nome della Sicilia avanti con 6/7 vini importanti e tutelati lasciando ai vari Zonin il compito di puntare al prodotto da supermercato, la politica siciliani ha puntato, complice l’UE con immensi contributi economici, alla standardizzazione del vino “comune” senza peraltro aver saputo attuare un programma di apertura di mercati.
Il risultato più evidente è che il nero d’avola, quello che un tempo era definito il principe dei vini siciliani, è stato ridotto, con una politica dissennata, assistenzialista e clientelista, a mero “vino da tavola”.
Comunemente prodotto da tutte le cantine, viene venduto a 0,21 quest’anno alle aziende imobittigliatrici del nord, perchè la Sicilia nel settore è indietro di oltre 40 anni rispetto al nord e non riesce a vendere neanche il prodotto da tavola come fa benissimo Zonin in Sicilia.
La viniviticoltura in Sicilia è come la scuola italiana. Generalizzata e di basso livello. Si è voluto portare alla coltivazione intensiva specialità outoctone per un mercato di basso livello con il risultato che la produzione di norma è scadente ed eccessiva.
Mentre le altre regioni sono andati verso la direzione del DOCG, la Sicilia è andata verso il disastro totale della mediocrità.
Quanta gente dovrebbe andare a casa e cambiare mestiere tra politici e dirigenti regionali ?
Ci scusiamo con i lettori, non capiamo nulla di agricoltura e vitivinicoltura ma quello che scopriamo ci fa pensare che in Sicilia, malgrado elefantiatici uffici, enti ed istituti, pochi sappiano di agricoltura e ancora meno di vitivinicoltura. E purtroppo quei pochi sono lontani dal tavolo delle decisioni…
1 commento







Sono un ragazzo che studia enologia e quindi vivo nel settore, purtroppo ancora in maniera non attiva.
Sono del parere che la situazione è molto difficile e che non sarà facile superarla, senza vittime.
Secondo il mio modestissimo parere, si sarebbe potuto fare tanto, ma si è solo parlato negli anni; ci potrebbero essere tantissime idee per dare più reddito agli agricoltori, tagliare i costi alle cantine e per cominciare a mettere le basi per una commercializzazione nella GDO; non scordiamoci che noi siamo un grosso bacino produttivo, ed i prezzi dovremmo farli noi, no subirli.
Ultima nota, concordo con quello che ho letto nell’ultima parte dell’articolo, purtroppo non abbiamo avuto persone competenti e soprattutto poco propositive, nelle cariche dirigenziali più importanti.