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A proposito di Mameli. Spunto per una serena analisi del testo e sul valore rappresentativo come inno repubblicano

[1]Proprio in questi giorni si torna a parlare con veemenza dell’Inno di Mameli, grazie alle affermazioni del leader della Lega a Ponte di Legno, sede del loro tradizionale raduno estivo: «Nessuno lo conosce… Và pensiero lo cantano tutti, Fratelli d’Italia no».

Proprio come un anno fa, quando sull’inno in questione, divulgato in parlamento dall’onorevole Alessandra Mussolini, Umberto Bossi levò in alto il dito medio per stigmatizzare quel “dov’ è la vittoria, le porga la chioma che schiava di Roma Iddio la creò” che sicuramente suona male, perché il termine schiavitù, tanto per fare un esempio, in tutti gli Stati democratici è stato censurato almeno da oltre un secolo.

Goffredo Mameli, nato nel 1827 e morto ventiduenne nel 1849, difendendo la Repubblica romana di Mazzini e Garibaldi, dal 1846, studiò a Carcare, cittadina dell’entroterra savonese, presso i padri Scolopi. E proprio in quel collegio, in cui fu allievo anche Luigi Einaudi, avrebbe scritto l’inno nazionale, poi musicato a Torino da Michele Novaro, inno del quale ci ricordiamo soltanto in occasione dei campionati di calcio mondiali ed europei.

In effetti nel testo di apoteosi monarchica, molti elementi non quadrano, e ci siamo ricordati come qualcuno in tempi non sospetti abbia sostenuto che non sia stato Mameli l’autore dell’Inno, ma un certo padre Atanasio Canata (1811-1867), intellettuale giobertiano di notevole spessore.

Abbiamo, così, rintracciato – con l’ausilio dell’Istituto per l’Alta Formazione Artistica “V. Bellini” di Caltanissetta (Conservatorio), e del Dipartimento di Storia dell’Università di Camerino, e per il tramite della giornalista Bruna Magi che, tra l’alto, ha curato parte dell’intervista -, il sostenitore più autorevole di tale tesi, Aldo Alessandro Mola, docente emerito di Scienze Politiche alla Statale di Milano, autore di biografie e numerosi saggi storici, per avere lumi sull’argomento.

Il professore, per via telematica, dalla sua cittadina natale Torre San Giorgio, in provincia di Cuneo, ci dice che parecchi anni fa in una Biografia di Giosuè Carducci ha scritto proprio che Goffredo Mameli non fu l’autore di Fratelli d’Italia.

Gli chiediamo come è avvenuta la scoperta, e lui ci lascia a bocca aperta.

«Spiego volentieri, ma prima – sottolinea il prof. Mola – bisogna fare una precisazione: non sono leghista, e in fondo Bossi ha ragione, perché quello non è il nostro Inno nazionale, cioè il brano ufficiale. Fu adottato (provvisoriamente, nda) dall’Assemblea Costituente il 12 ottobre 1946, dal governo di Alcide De Gasperi, in gran fretta, perché bisognava trovare una sostituzione alla Marcia Sabauda, ed era quasi la vigilia del 4 novembre. Furono proposti L’Inno di Garibaldi (Si scopron le tombe, si levano i morti, i martiri nostri son tutti risorti…), e la canzone del Piave. Fu scelto l’Inno di Mameli, ma “come semplice inno militare”. Nel corso degli anni, nonostante l’iniziativa di vari parlamentari, non è stato mai riconosciuto come Inno ufficiale della Nazione. E non bisognerebbe neppure usare il termine nazione, definizione ottocentesca, ma Stato italiano, visto che siamo formati da diverse etnie».

Da  cosa ha dedotto che Mameli forse non sia stato l’autore?

«Valutando l’Inno da pedagogo, quello non è un linguaggio giovanile e Mameli nel 1846 aveva diciannove anni. I sospetti sono aumentati leggendo da storico le sue opere. Dal collegio di Carcare scriveva alla madre che stava facendo proprio una bella vita: “Mangio per quattro, dormo molto, non faccio nulla, penso meno”, nessun ideale patriottico, ne voglia di scrivere poemetti. Era anche sgrammaticato. Del resto di nascita era un damerino di nobile famiglia genovese (il nonno era stato riconosciuto cavaliere e nobile da Vittorio Amedeo III, re di Sardegna). Educato alle scuole pie dei padri Scolopi genovesi, fu trasferito a Carcare dopo un pestaggio con un compagno. C’è anche da contestare il fatto che Mameli sia morto da eroe, in realtà fu ucciso dal fuoco amico (ferito da un commilitone a una gamba, poi andata in cancrena) ma la teoria eroica funzionava per l’immagine».

Dunque, l’inno lo scrisse padre Canata …

Il ladro di versi ? [2]

Il ladro di versi ?

«Lo scrisse proprio lui ed il Mameli in qualche modo glielo rubò. Atanasio Canata, nato a Lerici, nel Golfo dei Poeti, era un prolifico autore di poesie e tragedie. E tutte le sue opere sono infuse del cristianesimo liberale di ispirazione giobertiana che ritroviamo anche nell’inno di “Fratelli d’Italia”: tipo “l’unione e l’amore/ rivelano ai popoli/ le vie del Signore”. Era un papista, non un rivoluzionario mazziniano. E, sia pur parlando in terza persona, denunciò il furto in alcuni versi: “A destar quell’alme imbelli/ meditò (lui, Canata, nda) robusto un canto;/ ma venali menestrelli (Mameli? nda) si rapian dell’arpe il vanto:/ sulla sorte dei fratelli/ non profuse allor che pianto,/ e aspettando nel suo cuore/ si rinchiuse il pio cantore”».

Tè’ capì?, direbbe Umberto Bossi, il Ministro delle Riforme che proponendo il Và pensiero vorrebbe riformare l’Inno – non ufficiale – dello Stato italiano, non della Nazione. E viene anche a noi  il dubbio che forse, in definitiva, non abbia neppure tanto torto.

Giuseppe e Salvo Musumeci

Le note di Giuseppe e Salvo Musumeci non fanno altro che confermare, ove mai ce ne fosse stato bisogno, che la storia dell’unità d’Italia è avvolta in cupi misteri massonici. Almeno l’80% di quanto scritto nei libri di storia appare come una fantasia costruita da uomini dello stato e per lo stato.

L’Italia si conferma come una stato non nazione, nata da truffe, tradimenti e falsità. Falsità e truffe che sono drammaticamente presenti nella realtà italiana anche oggi.

E si continuano a tenere “segreti” tutti i documenti che potrebbero rivelare la verità.