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Le dimenticanze di Rognoni e Mancino

[1]Fino all’anno scorso, con l’arrivo dell’estate la potente macchina politica italiana era solita andare in letargo così da concedere a uomini e donne “pesantemente impegnati” in Parlamento, un “meritato”  periodo di riposo.

Quest’anno invece, tutto un subbuglio e le ragioni sono molteplici e si va dall’annuncio di un possibile partito del sud (che peraltro è già nato nel 2002 con soggetti completamente diversi di quelli che oggi lo vogliono … di nuovo costituire) e  le esternazioni di Riina che dal carcere si chiama fuori, dopo averlo fatto nel 2004, dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio e chiama in causa lo stato come mandante. E questo ci riporta a due fatti lontani nel tempo ma che hanno avuto lo stesso sviluppo e che vedono il Viminale come coinvolto, o meglio i ministri dell’interno dell’epoca.

Si tratta di Rognoni che “non ricorda” l’incontro avuto con il presidente della Regione Mattarella, e Mancino che non ricorda o nega di aver mai avuto un incontro con Paolo Borsellino. Due dimenticanze e due strane coincidenze: sia Mattarella che Borsellino, pochi giorni dopo questi colloqui che Rognoni e Mancino non ricordano o negano, sono morti in attentati.

Intreccio sta stato e mafia, sempre più spesso evidente con collusioni ed appartenenze politiche al sistema di potere sopra le leggi. Contatti e trattative di uomini dello stato con “cosa nostra” rimangono avvolte nel mistero, eppure è convinzione generale che la politica italiana fortemente collusa con la mafia, oggi appare come ingabbiata e orientata dal grande fratello che opera all’interno delle istituzioni pubbliche e private.

Riina adesso indica Milano, o meglio, ha suggerito di guardare a Milano per capire l’intreccio.

Già, perché Milano ? Milano per la finanza è la capitale italiana e quindi se la mafia ha messo radici a Milano come vuole fare intendere Riina, è verosimile che ha messo le radici anche a Roma. Palermo-Milano-Vaticano (IOR), secondo quanto dichiarato recentemente da Di Pietro, la via del riciclaggio, e nel nord grandi investimenti in affari leciti con denaro sporco.

E in Sicilia cosa sarebbe rimasto? L’organizzazione di primo livello, il braccio armato che faceva capo ai corleonesi e che adesso, copiando la strategia di Alqaida, si è frantumato i mille piccoli rivoli, paradossalmente più facili da individuare ma capaci di risorgere come fenici, tanti sono i canali aperti con la mafia dei colletti bianchi. La mafia degli oltre 100 miliardi di euro di fatturato l’anno.  

Forse non sapremo mai cosa è stato concesso a Provenzano per “farsi” catturare così platealmente come  un passerotto impaurito e con tanti pizzini vecchi addirittura di uno o due anni. La cosa non è credibile. E’ verosimile invece che abbia trattato la sua “resa” perchè consapevole di aver necessità di assidue cure.