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Muore Giuseppe Alessi, e giù l’ipocrisia di stato. Tanti meriti, ma alla fine, ha tradito l’autonomia come tutta la classe politica siciliana

La morte a 104 del primo Presidente della Regione Siciliana da tutti considerato come esempio per una politica sana e coerente, ha messo in moto, come era prevedibile, la macchina dell’ipocrisia di stato.

Politici che in questi anni hanno dimostrato incoerenza politica ma soprattutto distacco verso gli interessi della Sicilia si sono affrettati a decantare le lodi di Alessi, definito  da Raffaele Lombardo “uomo dallo stile pacato e riservato, con intelligenza acuta, esempio per le nuove generazioni, ispirazione e stimolo per la vita politico e per il governo regionale” ,  da Lino Leanza “uomo il cui insegnamento vive oggi nella idee di quanti oggi credono nel riscatto orgoglioso della nostra terra …. La politica siciliana deve guardare alla sua esperienza come ad un modello a cui ispirarsi in futuro”, da Leoluca Orlando “un grande siciliano, un uomo di cultura, coerente … monito per un vero autonomismo”, da Enrico La Loggia “un esempio per tutti  noi e per le nuove generazioni” .

Distaccato e professionale, e verosimilmente il più sincero, il messaggio di Renato Schifani ” con profonda commozione partecipo al dolore per la scomparsa di Giuseppe Alessi, uno dei padri dell’autonomia siciliana”.

Già, tutti si richiamano all’autonomia siciliana e quindi allo Statuto tradito di cui nessuno ha mai reclamato e lottato per la piena applicazione.

Fuori dalle ipocrisie. Giuseppe Alessi ha avuto grandi meriti prima della firma dello statuto. Nessuno può dimenticare le sue prese di posizioni e la ferma richiesta di ottenere il riconoscimento dello status di stato-regione con la dizione di Regione Siciliana, al pari della Repubblica italiana e non Regione Sicilia che avrebbe sminuito il valore pattizio, peraltro ampiamente tradito dallo stato italiano e dalla politica siciliana, dello Statuto Siciliano che molti non sanno essere l’unico nato durante la monarchia e non concesso dallo stato repubblicano. E forse per questo sempre tradito e saccheggiato. Ma questa sua battaglia fu guidata dalla necessità di arginare la voglia di indipendenza della Sicilia guidata dal Movimento per l’indipendenza della Sicilia, guidato da Antonio Canepa e Andrea Finocchiaro Aprile.   

Alessi, a parte la sollevata di scudi quando nel 1957 lo stato italiano scippò l’Alta Corte ai siciliani, con l’avvento della repubblica è stato si un politico coerente, ma anche e soprattutto un esponente democristiano. Un esponente di uno dei partiti che hanno consegnato la Sicilia, l’economia siciliana e il territorio siciliano alla politica nazionale. E i disastri attuali non sono certo figli di Cuffaro che ci ha messo del suo ad incrementare lo sfacelo, né di Lombardo che persevera con la politica cuffariana che adesso si chiama lombardizzazione della macchina burocratica regionale, ma vengono da lontano e sono il risultato di una politica  siciliana insipiente e sempre dipendente da Roma capitale e dagli interessi del nord Italia. E Alessi, democristiano, e quindi “intimamente” nazionalista, ha colpe politiche molto pesanti che non possono essere dimenticate oggi con la sua morte.

Sappiamo di sollevare polemiche con queste nostre note e non tiriamo il sasso per poi nascondere il braccio, anzi, sottolineamo come il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che da sempre parla di rispetto della Costituzione senza mai denunciare le violazioni costituzionali messe in atto dallo stato italiano ai danni dello Statuto, ricordi ora che l’autonomia siciliana è riconosciuta dalla Costituzione.

Avesse soltanto espresso cordoglio per la morte di Alessi nessuno avrebbe avuto da ridire, ma parlare ancora di “riconosciuta autonomia (ndr.: della Sicilia) dalla Costituzione” senza denunciare scippi e truffe allo Statuto, dà a noi più di un motivo per essere critici con il Presidente della Repubblica italiana che apettiamo che faccia sentire la sua voce e soprattuto ci dica come le dispozioni statutarie sono state “scippate” senza modificarne il testo originario, dalla Corte Costituzionale prima, dallo stato italiano poi e dalla politica nazionale.

RIcordiamo al Presidente della Repubblica soltanto: l’Alta Corte, le province e i prefetti, e la massiccia presenza militare anche straniera in violazione del trattato di Parigi, solo per citare alcuni dei casi più scandalosi.