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Il caso Tirrenia e il problema amianto per i marittimi

[1]Secondo il Comandante Nobili, Presidente dell’Unione Sindacati Capitani di Lungo Corso e Unione Nazionale Direttore di Macchina, è fuori discussione il fatto che i collegamenti assicurati dalle Società Regionali del Gruppo Tirrenia assolvono ad una finalità di carattere sociale, prima ancora che economica. Per avere conferma di tale considerazione basta semplicemente verificare quanti armatori privati sono presenti per 365 giorni l’anno sulle tratte di cui ci stiamo occupando.

Dato per scontato, quindi, il fatto che, qualunque sia il nuovo assetto societario che si intenderà dare a queste aziende, sarà, comunque necessario un contributo pubblico per garantire la prestazione di questi servizi, una riflessione specifica meritano gli importi finora erogati al Gruppo Tirrenia. Ritengo doveroso questo passaggio per rispetto di tutti i marittimi che in questi anni sono stati chiamati a sopportare rilevanti sacrifici come contributo a una generalizzata politica di contenimento dei costi, posta in essere dalle Società del Gruppo Tirrenia.

Si è, in particolare, discusso nel recente passato, spesso con informazioni non corrispondenti al vero, circa l’onere ritenuto eccessivo, valutato in 200 milioni di euro l’anno, che lo Stato è tenuto a sostenere per garantire le prestazioni dei servizi resi dalle Società sovvenzionate.

Premesso che, a quanto mi risulta, le sovvenzioni erogate risultano inferiori a tale cifra, e, al riguardo, ricordavo prima che come organizzazioni sindacali siamo stati chiamati a condividere interventi “piuttosto invasivi”, tesi al contenimento del costo del personale, credo di potere affermare senza timore di smentita che tali importi risultano più che congrui. A riprova di ciò, basta considerare gli 81 milioni di euro stanziati dalla Regione Siciliana per integrare i collegamenti assicurati dalla Siremar, la cui quota parte di sovvenzione è stata, per l’anno 2008, di circa 76 milioni di euro.

Non va, peraltro, dimenticato che le Società private che hanno beneficiato del contributo regionale hanno altresì avuto accesso agli sgravi contributivi, misura questa, da cui continuano ad essere sorprendentemente escluse le Società del Gruppo Tirrenia. Non si dimentichino peraltro che le cifre vanno lette tenuto conto anche del naviglio utilizzato, della rete dei servizi offerta e del personale impiegato, tutti elementi questi favorevoli al Gruppo Pubblico.

Credo che il quadro sopra descritto sia utile per comprendere come sia illusorio pensare che la gestione di questi servizi da parte di Società private potrebbe comportare consistenti benefici per l’erario. Una affermazione di tale tenore, oltre a non essere vera, trascurerebbe il rilevante sacrificio che i marittimi del Gruppo Tirrenia hanno sopportato in questi anni per allineare i loro trattamenti a quelli dell’armamento privato.

Detto questo, ben venga il passaggio delle Società Regionali alle Regioni, essendo senz’altro prevalente nel traffico di cui ci occupiamo la natura di servizio pubblico. Il previsto passaggio, che auspico vivamente coinvolga anche la Siremar, dovrà però salvaguardare i livelli occupazionali, prevedendo, se dal caso, gli incentivi all’esodo

che, con riferimento al personale navigante, potrebbe derivare dalla tanto attesa estensione dei benefici previdenziali per i lavoratori esposti all’amianto.

 

La Regione Siciliana, con una nota dell’Assessore regionale Titti Bufardeci riferisce, a conclusione della riunione tecnica che si è svolta a Roma per la privatizzazione del gruppo Tirrenia, che “: ….Il governo nazionale procede verso la privatizzazione del gruppo Tirrenia,  ma noi non siamo ancora in grado di giudicare lo status di Siremar. Non c’è stato nessun passo avanti rispetto alle richieste dell’amministrazione siciliana. Prima di prendere qualsiasi decisione,  si continua a  chiedere di valutare  l’entità effettiva del patrimonio Siremar, i suoi costi di gestione e il valore dei contratti intercorrenti con la capogruppo Tirrenia”. 

Insomma, ognuno la racconta come vuole e chi ne paga le conseguenze sono i lavoratori e i collegamenti con le isole minori con grave danno economico e sociale di tutto il territorio. 

Ma mentre si parla della questione privatizzazione, non va dimenticata la questione amianto.

Il presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando, ha proposto una modifica del decreto ministeriale del 27 ottobre 2004 sui benefici previdenziali per i lavoratori esposti al rischio amianto, costruito più per i lavoratori di terra che non per quelli di mare, soprattutto al punto in cui parla del tipo di esposizione all’amianto per otto ore al giorno in concentrazione media annua non inferiore a 100 fibre/litro.

Burlando giustifica la sua proposta ricordando che la questione amianto è una delle più grandi ingiustizie che questo paese abbia scaricato addosso ai lavoratori marittimi che notoriamente sono stati tra i più esposti all’amianto, considerato che hanno svolto la loro attività lavorativa e “abitato” su navi costruite con abbondante uso di amianto, di tubi coibentati e nonostante ciò sono gli unici che non hanno ancora avuto alcun tipo di riconoscimento”

Paradossalmente, hanno avuto riconosciuto i benefici categorie come i lavoratori dei porti, gli agenti marittimi, gli spedizionieri coloro che hanno lavorato nei porti e che ogni tanto sono andati a bordo di una nave, mentre coloro che vi hanno vissuto per decenni 24 ore su 24 non hanno avuto nulla fino ad oggi.

La modifica del decreto e l’inserimento dei marittimi è un atto dovuto da parte dello stato che colpevolmente ha “dimenticato” questa categoria fa ogni riconoscimento da patologie derivanti dall’amianto.

Complessivamente, le domande di riconoscimento dei benefici sono 29.500 tutte trasferite da Inail a Ipsema, l’istituto di previdenza per il settore marittimo a cui compete l’accertamento ed il riconoscimento dei benefici.

A poche centinaia di esse, circa 300, erano allegati i curricula lavorativi rilasciati dal datore di lavoro, indispensabili per il riconoscimento. La gran parte delle domande risulta improcedibile e quindi si pone un problema per l’attuale governo che deve pensare ad una modifica amministrativa del decreto in questione, precisando anche la tipologia di esposizione all’amianto.

L’appello a una rapida e definitiva soluzione per una ricostruzione «possibile» della vita lavorativa proviene dal consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell’Ipsema, l’Istituto di previdenza per il settore marittimo. Il Civ, con un’apposita delibera, torna ad occuparsi della delicata questione e chiede al ministero del Lavoro di dar corso finalmente alla proposta, a suo tempo avanzata anche dall’amministrazione dell’ente, di utilizzare l’estratto matricolare o la fotocopia del libretto di navigazione, come documento probante di presunta esposizione all’amianto da parte del marittimo.

E’ del 24 giugno una interrogazione alla Camera, Seduta 192, in cui si chiede se il Governo intenda assumere urgentemente iniziative normative dirette a modificare la disciplina contenuta nel decreto ministeriale 27 ottobre 2004, stabilendo che possano essere considerati l’estratto matricolare o la fotocopia del libretto di navigazione, documenti probanti di presunta esposizione all’amianto da parte del marittimo.

Insomma, la questione amianto per i marittimi, è l’ulteriore dimostrazione di come il governo nazionale sia poco sensibile alla salute ed al benessere dei lavoratori del mare.