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Sgarbi. Parlando dell’Abruzzo ricorda lo scempio e siciliano post terremoto

[1]Il Sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi è stato il relatore finale di un convegno nazionale sulla ricostruzione in Abruzzo svoltosi martedì 23 maggio a L’Aquila, promosso dalla Regione Abruzzo e dall’Ance, l’associazione nazionale dei costruttori edili sul tema “Un Patto per la rinascita”.

Non ci soffermiamo sulle dichiarazioni e sulle giuste considerazioni sul tema Abruzzo, vi riportiamo, condividendo le parole di Sgarbi, quanto ha affermato a proposito della tragedia siciliana del 1968 sfruttata da sciacalli che hanno distrutto interi paesi e cancellato secolari memorie popolari.  

“Ogni ricostruzione dev’essere tale nelle forme, nei materiali. E quanto più la tecnologia avanza, tanto più occorre avere garantite ricostruzioni che non siano quelle delle volte di Assisi crollate proprio nelle parte in cui erano state rinforzate con il cemento armato. L’Aquila avrà un futuro migliore del passato se riuscirà a consacrare quel suo passato innanzi al mondo. 

Il terremoto a Salemi e nel Belice c’è ancora oggi nonostante siano trascorsi 41 anni. Il problema è il rapporto tra il contributo dello Stato e l’inevitabile voracità del privato. Il quale deve compensare il danno che ha patito e, non avendo più una casa e avendo soltanto lo Stato come sostegno, comunque quei danari li vuole.

E così succede che quel contributo dello Stato venga dato oggi per edifici perfettamente integri, abbattuti per costruirne dei nuovi in cemento armato attraverso la logica di adeguarli alle necessità antisismiche.

Il centro storico di Salemi era stato sufficientemente risparmiato dal terremoto del Belice del 1968. Ha però avuto la sventura di entrare nel sistema dei finanziamenti come luogo terremotato; in questo modo si distrugge però la memoria, come del resto è già successo in Irpinia.

Santa Margherita Belice la ricostruzione ha sfigurato gli edifici storici. 

Poggioreale è stata colpita, ma è anche vero che il suo centro storico è rimasto in piedi. Qui hanno chiamato Paolo Portoghesi, il quale ha pensato bene di fare nel centro del paese una sorta di Portico di San Pietro con un’architettura del Palazzo Municipale enorme, gigantesca e già in rovina. Talmente mortificante nei suoi materiali e nei suoi orrori che i cittadini del paese vi portano a visitare il vecchio centro perchè più vivo di quello nuovo. Uno scenario di disperazione che è derivato dal fatto che non si è ricostruito o integrato il vecchio paese, ma se n’è costruito uno nuovo.  

La stessa cosa vale per Gibellina, dove molti edifici,subito dopo il terremoto, con il pretesto del rischio dei crolli, sono stati abbattuti con  le bombe.

Sul vecchio paese, come simbolo della morte, c’è oggi il maestoso Cretto di Burri. Poi c’è il paese nuovo che è come l’EUR, dando tutto lo sfogo possibile alla violenza selvaggia degli architetti, con spazi enormi evidentemente disabitati e desolati perchè estranei alla tradizione delle popolazioni che lì vi abitano.

Gibellina come tipologia ricostruttiva è una fascistata invereconda. Architetti come Thermes, Purini e Gregotti hanno fatto anche qui i loro orrori 

Tutti questi esempi – ha concluso Vittorio Sgarbi – debbono indurre tutti ad una grande riflessione. Io mi auguro che il problema per L’Aquila non si ponga, essendo un luogo la cui importanza nella storia è pari a quella di Firenze, Napoli o Venezia. Le esperienze di Gibellina, Poggioreale, Santa Margherita e Salemi debbono essere da monito“.