Non ‘è più sta stupirsi delle notizie che giungono quasi con regolarità circa “intimidazioni” e minacce che vengono periodicamente indirizzate a politici e non, siciliani.
Per una buona parte si evidenziano, sarà un caso, in periodo elettorale o in occasione di tensioni politiche quasi che chi li commette volesse far parte delle contese.
Adesso è la volta del Ministro della Giustizia del governo Berlusconi, Angelino Alfano, e un magistrato, Roberto Piscitello, che dalla Procura di Marsala, da dove si sarebbe dimesso per incompatibilità ambientale (la moglie è stata nominata dal Sindaco di Marsala (PDL), avv. Renzo Carini, presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Istituzione pubblica comunale Marsala Schola) e stato promosso da Alfano Vice capo di Gabinetto al Ministero.
Ed ancora subito si parla di mafia e dell’attività antimafia del Ministro. Tutti a ripetere che quel vetro divisorio tra detenuto e familiari durante le visite è il motivo per cui la mafia ha avvertito la necessità di mostrare il suo dissenso.
Ancora una volta, la favola della mafia che avverte con rituali d’altri tempi e che esistono solo nei libri di storia e nei film quali Il Padrino.
Ripercorrendo la storia di questi ultimi decenni non riusciamo a ricollegare avvertimenti ed intimidazioni nei confronti di chi ha perso la vita nel contrastare, sul territorio, una organizzazione oramai ben ramificata all’interno dell’apparato statale.
La mafia da sempre ha dimostrato che quando decide di uccidere non avverte, attua il suo progetto, e spesso, a causa delle inutili scorte che sono solo uno status simbol del potente di turno, coinvolgono anche incolpevoli lavoratori dello stato, pagati un tozzo di pane e che invece di espletare il lavoro per cui sono pagati, fanno da balia a qualche centinaio di “potenti”.
Scorta e scortato, quando è stato deciso, hanno fatto purtroppo la stessa fine.
La domanda che ci poniamo è: c’è ancora qualcuno che può seriamente affermare che la mafia con queste spettacolari “intimidazioni” pensi di condizionare il Parlamento?
La risposta che più sovviene è no. Nessun capo mafioso o presunto tale darebbe alle istituzioni motivi validi per poter “giustificare” l’applicazione di misure restrittive, se poi così in definitiva sono.
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