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(in)giustizia italiana. La Cassazione: colpevole per “libero convincimento”. Una affermazione aberrante

Giudice RE (Salomone) [1]

Giudice RE (Salomone)

Una strana quanto allarmante sentenza quella della Corte di Cassazione, la 24469, con la quale ha annullato con rinvio la sentenza di secondo grado che vedeva imputati due persone di appartenenza alla famiglia mafiosa di Sciacca. 

La Corte ha sentenziato che frequentare qualche mafioso o avere qualche amico mafioso è cosa che può capitare a tutti, specie in un piccolo centro.

Secondo la Corte  “le semplici frequentazioni per parentela, affetti, amicizia, comune estrazione ambientale o sociale” non possono diventare una prova sufficiente per individuare l’affiliazione alla mafia e che non bastano nemmeno “rapporti d’affari”, a patto però che siano occasionali e giustificati da situazione contingenti.

Contradditoriamente però, la Corte si preoccupa di non svalutare quella che in gergo tecnico si chiama “prova logica”, cioè la possibilità che ha il giudice di basare le proprie valutazioni su elementi logici, il cosiddetto “libero convincimento”.

Ecco quindi evincersi ed affermarsi un concetto aberrante e devastante per il diritto e la giustizia: il libero convincimento del giudicante.

La condanna secondo la Corte non andrebbe quindi emessa sulla base di prove documentali e non contrastanti, anzi, sembrerebbe intendersi che le prove che scagionerebbe un imputato non sarebbero utili per una sentenza che in ultima analisi si basa solo sul “LIBERO CONVINCIMENTO” del giudice scaturite da proprie valutazioni su elementi logici (?).

La Corte afferma che “il principio del libero convincimento consente di desumere la prova di un patto sociale criminoso attraverso ogni elemento che possa considerarsi sintomatico del pactum sceleris”.

Sembra evincersi che è il libero convicimento del giudice che stabilisce se tra due persone di cui una mafiosa, ci sia un piano criminale o semplice e normale rapporto di affari.

Non è dato di sapere come questo libero convincimento possa “desumere” la prova di un patto sociale criminoso, ma nel mondo civile ogni sentenza si basa su prove certe ed inconfutabili, nella patria del diritto romano, basta che un giudice si convinca liberamente che una persona è colpevole e quindi emette la sentenza di condanna e non sembrerebbero esserci ragioni o prove a discapito che tengano.

Da una sentenza basata su prove, siamo passati alla sentenza basata su indizi di colpevolezza, da qualche decennio siamo giunti alla sentenza “per libero convincimento” del giudice.

Si parla tanto di riforma della giustizia e di carriere separate, ma la prima, vera ed improcrastinabile riforma, o meglio precisazione giudiziaria nei codici, deve essere quella che la sentenza deve essere emessa a seguito di “deposito” di prove certe ed inconfutabili, e il ragionevole dubbio di colpevolezza deve essere un riferimento imprescindibile a tutela dell’imputato.

Ancora una volta la magistratura si è arrogata il diritto di stabilire quali siano i concetti fondanti di una sentenza: non le prove, ma la libera convinzione (peraltro non giustificabile e non perseguibile) del giudice.

Il giudice RE, insomma. L’unico che secondo una propria “libera convinzione” punisce ed assolve. La sconfitta della democrazia, della giustizia e dello stato di diritto.