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 Ducezio ha scritto il 11 Maggio 2009 21:37

L’ignoranza è la madre di tutti i mali.
La prima cosa che un popolo degno di questo nome dovrebbe conoscere è la propria storia e cultura.
Spesso mi chiedo perchè tanti che si dicono siciliani sono i primi a non credere alla Sicilia e guardano con servilismo allo straniero, mentre tanti grandi personaggi che sono arrivati in Sicilia da stranieri hanno amato con passione e creduto nella Sicilia facendone una grande nazione e nonostante ciò l’ignoranza li ha fatti e li fà spesso definire dominatori, mentre i veri dominatori e sfruttatori vengono celebrati e onorati.

 Armando Di Carlo ha scritto il 29 Maggio 2009 1:38

Vorrei solo precisare un punto, le ferrovie nel 1860 esistevano, non ancora in sicilia, ma la prima tratta ferroviaria, con annessa prima galleria galleria e ponte sospeso in ferro, fu la tratta Napoli-Portici, inaugurata da Ferdinando II, ovviamente uno dei primati del Regno Delle Due Sicilie. Mi premeva sottolinearlo non solo per dovere di cronaca ed esattezza storica, ma come vanto per il sud che in quegli anni, in cui dei trogloditi mercenari al soldo di un re analfabeta piemontese ci invadeano con ridicole giubbe rosse ( colore che nel mondo ha portato solo danni! ), il tanto vituperato regno era fra gli stati più avanzati del mondo ( impresa, cantieri navali, luce elettrica – si signori anche la luce lettrica! – oltre che prima illuminazione a gas, medicina all’avanguardia e cultura e musica inpareggiabili nel mondo ( Bellini, Doninzetti, Rossini, Paisiello e tanti altri incantavano il pubblico dei numerosissimi teatri del sud, primo fra tutti il teatro di corte regia di Caserta, poi Napoli, Palermo, etc ). Questi sono fatti, imperituri, fatti che parlano con la loro pietra, i loro marmi, le loro rotaie ed i porti! Non le balle che ci propina la storia di regime.

 amicopaolo ha scritto il 15 Giugno 2009 10:59

Oltre alla ferrovia Napoli-portici esisteva la Messina -Catania.Uniche ferrovie del territorio ITALICO

Nonostante l’atteggiamento restio da parte dei Borboni nell’investire in infrastrutture sul nostro territorio la Sicilia conobbe un grande sviluppo economico e industriale diventando una delle regioni più ricche d’Europa. Infatti, secondo”L’Exposition Universaille de la Science” di Parigi, eravamo la terza flotta commerciale del mondo ed eravamo anche il terzo stato più industrializzato del mondo. Avevamo un buon sistema di comunicazione stradale sul territorio e un sistema ferroviario che collegava Messina – Catania che assieme a quello ferroviario di Napoli – Portici costituivano le due sole e uniche ferrovie su tutto il territorio Italiano. Il commercio dello zolfo (il petrolio dell’epoca), del sale, della seta, dell’argento, dei marmi, degli agrumi, del grano (sin dall’impero romano eravamo il “granaio d’Europa”), l’industria e l’ingegneria marittima facevano della Sicilia una realtà di primo piano nel panorama internazionale. Il Banco di Sicilia e quello di Napoli avevano assieme i due terzi dell’oro e della ricchezza di tutta l’Italia, mentre lo stato del nord dell’Italia erano i più poveri e le popolazioni emigravano in grandi masse verso l’America meridionale (in particolare l’Argentina). Nel 1860 con la conquista della Sicilia da parte di Garibaldi e i suoi mille (dovevano essere tutti “Rambo”) si svolse nel Regno delle Due Sicilie il plebiscito (votazione del popolo) per l’annessione al Regno Piemontese, e nonostante le innumerevoli e poderose rivolte del popolo, nelle votazioni fatte fare in fretta dal conte Camillo Benso di Cavour (piemontese) che temeva gli sfuggisse la situazione dalle mani, il consenso arrivò a più del novanta per cento e così nacque il “Regno Dell’Unità d’Italia”. Regno che fece conoscere alla Sicilia la dominazione più feroce della sua storia: quella dell’alleanza tra “mafiosi e Italia”(mai esistita prima di allora come soggetto politico). Il conte di Cavour non mantenne nessuna delle promesse fatte da Garibaldi alle classi povere (braccianti e contadini) sulla distribuzione delle terre dei latifondi, dei feudi della chiesa e sulla riforma agraria, cosa che fece successivamente e tardivamente il nuovo governo insediatosi con l’appoggio della nobiltà siciliana che si era nel frattempo adattata al nuovo modello piemontese diventandone convinti fautori. Come sempre nella loro storica tradizione si confermano abili strateghi nella conservazione dei loro privilegi e nell’espletamento delle funzioni del nuovo governo insediatosi con i piemontesi si rendono coprotagonisti della distribuzione delle terre dei latifondi e dei feudi della chiesa alle genti più povere. La distribuzione, pilotata dai nostri nobili siciliani e governanti, delle terre alle genti più povere non fu fatta come atto di generosità verso il popolo, bensì come sistema di speculazione, infatti, si approfittavano della buonafede dei contadini che costringevano a indebitarsi per acquistare le sementi e poi gli aggravavano la situazione boicottandogli la vendita dei raccolti e di conseguenza li costringevano a vendere le terre a prezzi stracciati o al solo saldo del debito. Il “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, ” I Viceré” di Federico de Roberto e i romanzi di Giovanni Verga illustrano egregiamente bene tutta la realtà di quel tempo. In quel periodo la mafia che già esisteva (con funzioni di campieri o gabellotti) come sistema di difesa dei proprietari terrieri contro i furti o per intimidire gli stessi ha avuto un ruolo fondamentale negli equilibri sociali del territorio. Inoltre il nuovo governo piemontese per una politica Sabauda filo-francese chiuse le cave d’argento e persero il lavoro migliaia di operai, distrusse l’industria del baco da seta per consentire che nelle regioni del lombardo- veneto, appena uscite dalla dominazione Asburgica, potessero decollare le industrie manifatturiere grazie anche a una politica di crediti concessi dal governo che incamerò anche il tesoro del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli. Favorì anche una politica di rilancio dell’industria marittima e navale nelle regioni del nord a danno della Sicilia. Aumentò l’unica e sola tassa sul reddito che i siciliani avevano durante il regno borbonico al fine di agevolare gli investimenti al nord e ne vararono altre comunali e provinciali oltre a delle imposte sul sale e sul macinato colpendo prodotti basilari per l’alimentazione delle classi inferiori come il pane e la pasta. Fecero anche la legge sulla coscrizione obbligatoria (servizio militare) in una realtà che ormai era rimasta prevalentemente agricola e che di conseguenza recava un grave danno economico alle famiglie costrette a privarsi per molto tempo di braccia giovani e vigorose per i raccolti, la situazione era anche aggravata dalla mentalità locale dell’epoca che reputava disonorevole per una donna andare a lavorare nei campi. Tutto ciò provocò un senso di ostilità in tutto quello che sapeva di Piemontese. Nel 1866 scoppia “La rivolta del sette e mezzo” che le truppe del Generale Cadorna sedano nel sangue e con i soliti metodi sbrigativi, la causa della rivolta è la scandalosa e corrotta vendita di molte terre, latifondi e feudi che provocò il licenziamento di migliaia di contadini che avendo perso l’unica fonte di reddito si ridussero alla fame. Il primo Ministro “Marco Minghetti” in occasione di un intervento pubblico dichiarerà che la vendita delle terre aveva fruttato 600milioni e che erano serviti per pareggiare il bilancio dello Stato Sabaudo. Furono centinaia gli editti, i provvedimenti, le leggi e le politiche rivolte a favorire le regioni del nord e lo stesso Stato Sabaudo e che portò inevitabilmente la Sicilia ricca, industrializzata e protagonista del mondo insieme a tutto il sud nel baratro economico e sociale e nell’arretratezza infrastrutturale alla fine dell’800 e che nei primi del 900 chiamavano “la questione meridionale”, termine usato nei decenni successivi e che anche oggi è attuale. La questione meridionale non è l’unico termine che il Regno d’Italia ci ha lasciato in vita fino ad oggi perché oltre allo sfruttamento delle nostre ricchezze nel 1863 vararono anche le leggi marziali che il Generale Govone applicò con facoltà di fucilare la gente sul posto, questa pratica fu usata anche per i reticenti al servizio di leva oltre a gravi violenze e innumerevoli torture e azioni di repressioni contro le popolazioni d’interi villaggi. Questa legge marziale era atrocemente applicata a interi villaggi e per lunghi periodi anche con la privazione dell’acqua potabile proprio nel pieno della calura siciliana perché rei di non collaborare con le guardie piemontesi. Egli, costretto ha giustificarsi pubblicamente per aver fatto bruciare viva la gente nelle sue case, si spiegò dichiarando che i siciliani erano barbari e che non si poteva trattarli che duramente e barbaramente. Santi Correnti (storico Italiano) nella sua “storia della Sicilia” racconta che a un giovane sarto palermitano, sordomuto dalla nascita, gli furono inferte 154 bruciature con ferri roventi perché ritenuto simulatore, dagli ufficiali piemontesi, della visita di leva. Il tutto perpetrato da quattro organi di polizia creati ex novo di guardie piemontesi che nulla sapevano del territorio a differenza della vecchia polizia borbonica. Alla fine di quel periodo si contavano oltre 3500 morti e la condanna di quasi 5000 persone. Questo portò a ingrassare le fila del banditismo e favorito lo sviluppo della mafia e, infatti, in quell’anno ottenne un gran successo la commedia “I Mafiusi di la Vicaria” ambientata nella prigione di Palermo. In una realtà così aspra è inevitabile che un popolo vada in subbuglio e cerca di reagire a tali e tanti soprusi e il governo piemontese resosi conto dell’incapacità e dell’impotenza a controllare il territorio, per mettere a freno ogni velleità di rivolta si piega ai potenti del sud (nobili e baroni) che in cambio di autonomie volte ha conservare il loro potere personale intercedono facendo mettere a capo dei municipi i capimafia o personaggi indicati da questi. In situazioni come queste la mafia raggiunge il massimo del suo vigore e vitalità poiché agganciano il consenso da entrambi i fronti, dal popolo che non si vede più perseguitato dallo Stato tramite i soprusi delle guardie piemontesi e ne rende merito agli “uomini d’onore” in quanto divenuti dirigenti dei municipi, e dal governo che non avendo più fastidi dalla popolazione si sente rassicurato. In Sicilia chiunque ci abbia governato ha usato la mafia come arma e potere contro i governi locali e centrali o come arma e potere a favore degli stessi, ma i nostri governanti non hanno mai fatto gli interessi del popolo siciliano e di tutto il sud. Antistato è l’altro termine in voga fino ad oggi che il Regno dell’Unità d’Italia ha colpevolmente caratterizzato nel sentimento del popolo siciliano e di tutto il sud. E’ importante non confondere il sentimento antistato del popolo siciliano e di tutto il sud, che in verità non è antistato ma diffidenza cronica allo stato, con la mafia che di antistato ha avuto solo il mancato riconoscimento ufficiale dello stesso.

P.S. Questo dovrebbe dire una vera amministrazione pubblica siciliana.

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