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 Kubu ha scritto il 5 gennaio 2009 9:45

“Pensiamo che il miglior modo di ricordare Pippo Fava, ucciso dalla mafia il [b]5 gennaio 1983 a Palermo[/b],” [cut]

mi sono registrato solo per dimostrarvi tutto il mio disprezzo. Non siete siciliani e se lo siete siete in malafede. VERGOGNA!

ADDIO

 direttore ha scritto il 5 gennaio 2009 15:24

L’Osservatorio dà voce a tutti e il commento del lettore che si firma kubu è stato convalidato dalla redazione malgrado sia incomprensibile e gratuitamente offensivo.
Non capiamo perchè saremmo in malafede così come non comprendiamo il suo disprezzo.
Pubblicando il “vergognoso” commento di kubu dimostriamo che siamo siciliani, orgogliosi di esserlo così come siamo orgogliosi di scrivere senza bavagli e legacci.
Il commento di kubu è un grande complimento per noi, e una chiara incitazione a continuare la nostra attività di informazione, libera e indipendente.

 scarlet ha scritto il 5 gennaio 2009 22:20

…in un paese corrotto come il nostro non c’è da meravigliarsi, sono pugliese e qui la stampa per molti anni è stata amica del potere (un giornale che non ha mai chiuso neppure nel ventennio!). Spero che il giornalismo aasomigli a Pippo Fava in futuro. più che a Fede Em

 Ennerre60 ha scritto il 14 gennaio 2009 16:04

Oltre ogni sterile retorica, Giuseppe Fava è stato un pilastro del giornalismo isolano e nazionale, in grado di attingere sempre informazioni dalla realtà e di elevarle al rango di notizie, con uno stile diverso da quello imposto dalla modernità storico-economica della seconda metà del secolo scorso, durante cui le analisi e le inchieste sono rimaste, e rimangono ancora, imbrigliate nei tentacoli del partitismo, del condizionamento intellettuale, del soffocamento economico e finanziario provocato dalle lobby e dalla tecnocrazia del controllo sulle attività degli uomini. Ma egli seppe rompere subito con gli schemi angusti ed asettici di quell’informazione, che la moderna democrazia dei partiti politici e delle potenti agenzie di affari, spesso insinuava ed altre persino pervadeva, lavorando con assoluto rigore etico e deontologico per la ricerca della verità e della conoscenza del motore che muove ogni cosa nel mondo reale, liberando il diritto di cronaca e dell’informazione e la tensione al sapere dalla schiavitù del condizionamento e della prassi nefasta del vassallaggio e del filtraggio, facendo della conoscenza lo strumento non occasionale della libertà di azione.
Giuseppe Fava non è stato solo un grande giornalista, ma un intellettuale impegnato nella diffusione della cultura della legalità e della coscienza civile, senz’altro animate da una grande passione politica, ma non per questo partigiano di impropri schieramenti. In ogni suo articolo prendeva corpo l’inchiesta, attraverso una rappresentazione dei fatti e degli eventi, dei quali ha saputo sempre raccontare con coraggio la drammaticità non fine a se stessa per puro spettacolo, bensì per estrarne i momenti topici del disagio e della frustrazione di un popolo, il nostro siciliano, spesso rassegnato al dolore dell’infamia dell’intreccio tra affarismo, mafia e politica.
Ma è sempre stato proprio questo cogliere e rappresentare il dramma sociale, che ha portato Giuseppe Fava a scrivere, indagare e denunciare pubblicamente, per dare una possibilità, la più alta, alla Sicilia di riscattare la sua cultura e la sua gente dalla vergogna di essere stata violata dal malaffare e costretta dalla contingenza politica a divenire terra di confine e di isolamento, terreno di deculturazione imbarbarito dalle basi militari e dai poli industriali dei signori del petrolio.
Ricordo che ai suoi funerali, certi giornalisti che oggi pontificano o esaltano le gesta del potere senza pudore, ma che all’epoca si professavano essere inorganici, non parteciparono ai suoi funerali, nè spesero parole di circostanza, ed a costoro non può essere concessa nessuna attenuante o scriminante, ma attribuito solamente il peso del silenzio surrettizio con cui hanno dissimulato la loro paura e la loro avversione per un giornalismo di strada ed ostile a qualunque compromesso. Giuseppe Fava ha sicuramente saputo fare il suo mestiere, narrando la vita come un cantastorie, non celando niente e non risparmiando notizie su alcuno, senza timore di additarlo per le responsabilità di governo politico ed economico. Quando la mafia, braccio armato della devianza politico-economica, colpì Giuseppe Fava, egli era già stato lasciato solo, o forse lo era sempre stato, ma quella sera se qualcuno sapeva, questi fu pronto a girarsi da qualche altra parte.
Ho sempre seguito le sue inchieste, dai tempi del Giornale del Sud al periodico I Siciliani, letto alcuni suoi libri, mentre altri avevano persino il terrore di nominarli. Di quest’uomo oggi restano, oltre al meraviglioso suo ricordo, l’attualità e la forza di una profonda lezione di vita e di ribellione.

Ennerre60

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